Una volta sono andato in rete nel vero senso della parola: ho fatto gol in una partita della squadra degli attori. Io, lo sapete, non è che abbia proprio il fisico dello sportivo, così, quando facevamo le partite di beneficenza, non mi facevano mai giocare e dovevo fare le gag a bordo campo come massaggiatore, infermiere, allenatore in seconda ecc.
Poi una volta giocammo contro i giornalisti e in ognuna delle squadre c’era un giocatore professionista: con loro Bruno Giordano e con noi Falcao, che era anche un mio grande amico.
Falcao decise che io dovevo segnare un gol e mi disse: “tu corri avanti mettiti davanti alla porta, io ti metto la palla sui piedi e tu dovrai solo metterla dentro”. Detto, fatto. Su una nostra rimessa dal fondo io cominciai a correre, marò le coronarie!, e mi misi al posto stabilito. Falcao da centrocampo, con la sua nota eleganza, fece un lancio e mandò la palla esattamente al punto giusto dove io, solo alzando il piede destro, la colpii al volo e la misi in rete!

Commenti (3)
Ciao Lino
Forse come giocatore non sarai molto dotato ma come allenatore... Come non ricordare la mitica Longobarda, il fuori classe straniero Aristoteles. Chissà il Canà pensiero a proposito degli scandali calcistici.
"Mi hai preso per un coglione. No, sei grande!"
A presto.
Pubblicato da Lex | December 27, 2006 11:50
Buongiorno,
sono Giancarlo ho 31 anni e vivo a Milano e le chiedo scusa se mi permetto di scriverle su un tema che spero possa prendere a cuore.
Lei che oltre ad essere un grande attore, è un uomo di grande umanità e valori etici importanti, che ha sempre preso a cuore situazioni personali di disagio e di sofferenza, vorrei che possa ricordare solo per una volta la Signora Laura Antonelli che è stata troppo presto dimenticata ed abbandonata.
Ho scritto a tanti artisti e musicisti affichè forse con la musica che è sempre arrivata nel cuore delle persone come poche forme d’arte sanno fare,potessero proprio con una canzone ridare luce ad una donna che il mondo dello spettacolo ha dimenticato denigrandola e distruggendo la sua esistenza ma purtroppo non ho ricevuto nessuna risposta.Spero con tutto il cuore che lei possa invece ricordare la Sig.ra Antonelli e farla ricordare.
Le riporto un articolo del corriere della sera e vorrei che lo leggesse attentamente perché forse anche solo con il ricordo o con una parola o con la musica si può far brillare ancora solo per una volta la vita di questa donna: Laura Antonelli, solitudine di una stella caduta
«Non voglio ricordare, non voglio più nessuno»
Trent’anni dopo «Malizia», l’amaro tramonto di una diva abbandonata da tutti
LADISPOLI (Roma) - Palazzina anonima, periferia di Ladispoli. Laura Antonelli abita qui, in una bolla di aria, tempo e sofferenza che la rende intoccabile, inavvicinabile, imparlabile. Trent’anni fa, in vestaglia e reggicalze, salì la scala nel tinello di Malizia ed entrò nella storia del cinema italiano. Bella e finalmente raggiungibile. Vestale della commedia erotica, simbolo di amore ancillare, sesso casalingo e soprassalto peccaminoso. Oggi non c’è più nulla della sua giovanile bellezza se non gli occhi che ti guardano per un attimo, occhi ancora azzurri, velati, ma perfettamente indifferenti. Più nulla del suo antico e bellissimo corpo, da anni ingrassato fino a 100 chili e deformato dalla depressione, dagli psicofarmaci, dall’alcol, dalla solitudine.
Tutto sparito dentro a quegli anni della carriera e della ricchezza, delle pene d’amore e della sfortuna che infine si addensarono nei mesi paranoici del 1991, l’arresto per 36 grammi di cocaina, il carcere, la vergogna. Tutto sparito in quel lifting sbagliato, durante le riprese di un grottesco Malizia 2000 , remake che avrebbe dovuto sfruttare l’eco (proprio) del carcere, della vergogna, dello scandalo e che (invece) le sfigurò il viso per un anno e il cuore per sempre.
Fu in quei mesi di declino e di abbandono, inseguita dai fotografi a caccia del mostro, a caccia della regina caduta, a caccia della femmina che infine risarciva, con la sua afflizione, tutti i desideri frustrati, che Laura Antonelli pronunciò la sua frase più commovente e premonitrice: «Uso il dolore come una spugna e un po’ alla volta cancello le persone che mi hanno fatto soffrire».
Eccola dunque, perfettamente sola e perduta, ora che per altri dieci anni la sua spugna ha cancellato il mondo circostante. E’ mattina presto, sta andando a messa. Cammina lentissima a piccoli passi. Cammina rasentando i muri. Indossa una tunica di cotone grigio. Scarpe di gomma. Ha un crocifisso al collo. I capelli raccolti. Della sua antica ricchezza le resta poco più di nulla, questo bilocale arredato con le tendine bianche (cucina, salotto, camera con lettino singolo) e una pensione Enpas da 500 euro al mese. Inutile seguirla. Inutile avvicinarsi. Inutile parlarle. Al telefono, un mese fa, è rimasta in silenzio aspettando che sgocciolassero tutte le parole disponibili a motivare un incontro. Poi ha detto: «Laura Antonelli non esiste più».
Incontrarla è una vertigine di spavento e una fatica che ti indeboliscono come una cattiva radiazione. Dice: «Non voglio parlare. Non voglio vedere. Non voglio ricordare». Provi a sentire chi l’ha frequentata negli anni d’ oro, quelli condivisi con i play-boy, le feste, le spider rosse, la celebrità, i viaggi, quando era «la donna più bella dell’universo»(Luchino Visconti), quando viveva nel superattico di via Campo Marzio arredato di fiori e di bambù, quando si faceva fotografare con vestaglie di raso rosa e il sorriso di velluto, ed è come risvegliare una antica malattia, un ricordo sbagliato. Attori, attrici, registi, produttori raddoppiano il vuoto, allungano la distanza della caduta: mai più sentita, mai più vista. Dove abita? E’ ancora viva?
Vieni a sapere, tra precauzioni e sospiri, che amici di amici di amici, una notte dello scorso inverno, l’hanno raccolta per strada fradicia di pioggia e alcol. L’hanno asciugata, ripulita, rivestita. E di nuovo dimenticata. Eppure a sfogliare i ritagli di allora torna a lampeggiare una folla di nomi intorno al suo bellissimo viso dove trapelano la licenza e il perdono, la dolcezza e l’oblio. I volti tirati di quella Roma anni ’70 e ’80, ricca, eccitata, rumorosa, infelice, che la incoronò regina di cuori e degli incassi: il produttore Silvio Clementelli e il vecchio Rizzoli, i registi Samperi, Festa Campanile, Dino Risi, gli attori Lando Buzzanca, Alberto Sordi, Enrico Maria Salerno. Gli industriali e gli avvocati di Cinecittà. Robert Altman e Michelangelo Antonioni che la volevano a tutti i costi. Lei più divina delle bellissime emergenti (Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Gloria Guida), unica erede (sembrava) di Sofia Loren e di Gina Lollobrigida, della Mangano e della Cardinale. «Un volto d’angelo su un corpo da peccatrice» come scrivevano i cronisti estasiati.
Lei che veniva «da una infanzia dispersa e infelice», famiglia di sfollati slavi (nata a Pola, anno 1941), profuga a Venezia, poi a Napoli, poi a Camaldoli, insegnante di ginnastica approdata a Roma nel 1963, primi Caroselli, poi i fotoromanzi con qualche velo svelato, le primissime commediole osées tipo La rivoluzione sessuale , anno 1965, dove Laura, scandalosamente, faceva il bagno nuda. Corpo perfetto: 55 chili, 1 metro e 66 d’altezza. Poi lei moglie di un marito voyeur (Lando Buzzanca: «Era magica, bastava che si slacciasse un mezzo bottone…»), che la esibisce per tornare ad amarla. Infine il successo.
Racconta Sandro Parenzo, oggi produttore, che sceneggiò Malizia con il regista Salvatore Samperi: «L’idea della servetta che eccita tutti i maschi di casa la pescammo un po’ da Brancati. Calze velate, buco della serratura, silenzi d’appartamento, rumore della doccia. Fu un miracolo». Storaro ci mise la luce dei film di Bertolucci. Fred Bongusto la musica della penombra. Laura Antonelli, tutto il resto.
Fu il più grosso incasso dell’anno 1973, 6 miliardi di lire di allora. Il suo cachet passò da 4 a 100 milioni a film. Scrisse il critico Buttafava: «Assurta a simbolo del sesso italico: piccole porcherie esplosive fissate in un catalogo da variare all’infinito». Scrisse il grande Rodolfo Sonego, sceneggiatore: «Lei era di una bellezza estremamente desiderabile e ingannevole. Poteva far perdere la testa a qualsiasi uomo l’avesse incontrata».
Sbocciò infine - dopo un matrimonio sbagliato con l’antiquario Piacentini e innumerevoli flirt veri o presunti - la sua storia d'amore, più emozionante e spettacolare, con Jean-Paul Belmondo strappato alla più gelida e perfetta e bikinata delle Bond-girl, Ursula Andress. Rapito dal set de La trappola e il lupo , in fuga prima a Roma, poi nei Caraibi, isola di Antigua, poi su tutti i rotocalchi del mondo per le botte e i baci, i tradimenti, i litigi e l’amore ad alta quota, come raccontavano (oltre a Laura) le scandalizzate hostess del Concorde di linea Parigi-New York.
Amore che durò 9 anni, senza matrimonio, senza figli («la sola idea di averli mi terrorizza»), senza una casa in comune, lei a Roma, terrazza a pochi passi da Montecitorio, lui appartamento a Saint-Germain-des-Prés, pendolari d’amore, incastonati nella collana di luce del jet-set che luccica a puntate: «Ogni mattina, se nella stanza da letto non c’è Jean-Paul, ho una sua corbeille di rose rosse». Loro che decollano verso Los Angeles per l’ incontro Muhammad Alí-Ken Norton. Loro che atterrano negli ippodromi d’ Inghilterra dove si gioca il polo. Loro che si inseguono da un set all’ altro, fino a che la stanchezza si insinua, e poi le recriminazioni, la gelosia. «Quando Jean-Paul è in pubblico - dirà Laura appena quarantenne e appena separata - deve sempre fare a pugni e tenere in braccio una donna vistosa».
Forse è da qui che inizia il declino di Laura Antonelli, donna (infine) di nessuna o pochissima malizia, semmai ingenua, fragile come uno specchio dentro al quale, lentamente, dilegua la giovinezza. E la bellezza, inavvertita, si incrina. Nelle interviste di allora - primi anni ’80 - la sua voce, ancora impastata d’accento giuliano, si fa via via più cupa: «Mi sono legata a uomini sbagliati. Colpa mia. Colpa del mio dannato bisogno di affetto». E poi: «Ho un temperamento drammatico, un po’ russo». E poi: «Ho un male nell’anima. Ho sempre la voglia istintiva di chiudere gli occhi e di raggomitolarmi in un angolo».
L’angolo che sceglie è lontano da Roma. Acquista una villa immensa a Cerveteri, tre case, una piscina olimpionica, il parco, gli orti, tutto fiorito, tutto bellissimo, tutto solare, ma avvelenato dal veleno della solitudine. Dice: «Vivo nel silenzio. Sono molto chiusa, non faccio confidenze, non ho amici. Sono angosciata da tutto: dallo squillo del telefono al mistero dell’universo».
L’universo si rompe definitivamente la notte del 27 aprile 1991 quando in camicia da notte, lo sguardo allucinato, la faccia gonfia di alcol, apre la porta d’entrata della villa al maresciallo Sollazzo e gli dice: «Venga, dentro c'è una festa», accompagnandolo, indifferente, fino a quel celebre vassoio pieno di coca (con puntiglio il tribunale annotò: 36 grammi di cocaina, pari a 162 dosi, valore 9 milioni di lire), che le spalancò il carcere, la condanna in primo grado a 3 anni e 6 mesi, poi il Centro di igiene mentale di Civitavecchia, poi l’assoluzione in appello (tossicomane e non spacciatrice), anno 2000.
Da allora il telefono ha smesso di squillare. La villa è stata svenduta. I genitori sono morti. L’unico fratello, Claudio, è andato a vivere in Canada. Uno dei pochissimi rimasti a darle una mano è Piero Albertelli, bottega in via dei Prefetti, il più classico tra i camiciai di Roma, amico di Visconti e delle dive di allora, che ti dice: «Lei ha bisogno di tutto, tranne che di ricordare».
Laura Antonelli ha cancellato e si sta cancellando. Per questo ha distrutto tutte le sue foto. E vive in un perpetuo, indistinto, presente. Si sveglia ogni mattina alle 7. Va in chiesa. Torna. Alle 10 arriva una badante che si occupa della spesa e della casa. Ogni tanto arriva un volontario della Charitas. Lei sta seduta in salotto. Legge i salmi della Bibbia. Non compra i giornali. Non guarda la televisione. Va a letto alle 8 di sera. Prega. Al suo amico Albertelli dice di sentire le voci. Le voci le parlano della sofferenza, della solitudine, del tempo che se ne va. Qualche volta piange. Poi (finalmente), si addormenta.
Confido in Lei.
Cordiali saluti
Giancarlo Giangreco
Pubblicato da PER LAURA ANTONELLI | January 3, 2007 18:08
ciao lino.....anzi nonno libero....tutto bene...spero si!! sn kiara e ti scrivo da manduria ..posso dire che x me sei un secondo nonno
tra le tue battute tipo:una parola e troppa e 2 sn poke oppure ..ti spezzo l'osso del capocollo!! queste sn le frasi che x 10 anni ci fai sempre ricordare e portare nel cuore ....da quando avevo 4 anni fino ad oggi che ne ho 15 nn ho mai perso una puntata di quella famiglia buffa che mi ha ft crescere durante quegli anni mi hai ft ridere e qualche momento anke piangere .magari quando raccontavi lòa storia degli ebrei ...insomma ti ho seguito sempre insieme a quelle straordinarie persone,cm te, in quella fiction che per me rimarra nel cuore per sempre....la famiglia martini....ti prego nonno libero non mollare mai.....rimani sempre il nonno che salvo gli ebrei ........e davide savona con la sorellina......e ricorda che...-UNA PAROLA E TROPPA E DUE SONO POCHEEE!!!-TI VOGLIO BENE NONNINO X SEMPRE ---KIARA-----RX
Pubblicato da chiara | November 8, 2007 19:54