Dal 1972 Franco e Ciccio avevano cominciato a lavorare separati perché, stanchi dei soliti copioni, avevano deciso di trovare nuove opportunità. Non è che avessero litigato o, meglio, litigare è sempre stato il loro modo di stare insieme. Erano diversi e Franco accusava Ciccio di essere troppo puntiglioso mentre per Ciccio era Franco ad essere troppo megalomane. Ma si sono sempre voluti bene e la loro separazione non fu mai definitiva.
Comunque, i miei rapporti con l’uno e l’altro erano ottimi e avevano molta stima e affetto per me.
In quel periodo si facevano le parodie e, nel ’74, Ciccio mi scelse per l’Esorciccio, film di cui era produttore e regista. Quel film era una follia che solo un tipo geniale come lui poteva farsi venire in mente. Non c’erano molti soldi e il film fu girato quasi tutto a Mentana, dove Ciccio aveva una villa che faceva da set, sartoria, camerini, mensa ecc.
Mi ricordo una scena in cui io ero alle prese con mio figlio che credevo indemoniato. Ciccio volle girarla personalmente con la macchina a mano. Dovevamo rincorrerci nel giardino della villa con il ragazzo che mi chiamava: “Papà, papà…” Alla fine dovevamo fingere di scontrarci ma in realtà ci demmo una gran capocciata. Ciccio cominciò a ridere tanto che finì per terra con tutta la macchina da presa, mentre io continuavo a imprecare per la gran botta.
Una volta venne a trovarmi sul set mio padre e Ciccio, che lo chiamava Don Riccardo, volle mostrargli la cantina dove teneva le botti con il vino nuovo. Chiacchierarono a lungo e mio padre gli diede dei consigli. Poi mentre uscivamo incrociammo una ragazza che entrava in cantina e vedemmo che mio padre la guardava in modo strano. Quando gli chiedemmo che avesse, lui domandò se per caso la ragazza aveva le mestruazioni. Ciccio non capiva ma mio padre insisteva per sapere. Con grande imbarazzo chiedemmo ad una assistente di informarsi e, con gran sollievo di mio padre, ci fu detto che non le aveva.
Mio padre, allora, spiegò: “Quando la femena ten u’ marchès, u’ vin non tu purt’ a chès”.
Cioè: quando la donna ha il ciclo il vino non lo porti a casa perché si rovina.
Poi, dopo qualche anno, lavorai con Franco Franchi.
Da tanti anni gli italo-americani reclamavano una tournè di Franco e Ciccio in America.
Finalmente nel ’79 tutto era pronto ma capitò che Ciccio stava male e non poteva partire. Io ero in vacanza a Canosa quando vidi arrivare Franco alla guida della sua Ferrari. Immaginate lo scalpore che fece in paese.
Franco mi chiese di partire con lui per sostituire Ciccio. Io avevo già fatto qualche film da protagonista ma una tournè in America mi sembrava un fatto troppo importante: Franchi e Ingrassia erano due mostri sacri; io, invece, non ero ancora molto conosciuto. Poi addirittura sostituire Ciccio… Franco mi rassicurò: “Non ti preoccupare. Ti faccio conoscere io. Ti presento in tutte le televisioni degli italiani.”
Io davo per scontato che Ciccio lo sapesse. Insomma mi convinse e partimmo subito. Dovevamo fare delle serate al Madison Square Garden di New York. Sulla facciata del teatro avevano messo il mio nome accanto al suo con i caratteri luminosi che saranno stati alti 1 metro e mezzo: Franco Franchi e Lino Banfi in Italian Show.
Noi stavamo in albergo proprio lì davanti e io ero talmente eccitato che mi svegliavo apposta la notte per affacciarmi alla finestra a guardarlo.
I primi tre giorni ci portarono in giro per New York, il New Jersey e Boston, ospiti nei canali televisivi italiani. Io parlavo nel mio pugliese banfiota e, sin da subito, camminando per la strada, qualcuno mi riconosceva e faceva la mia imitazione.
Insomma ero al settimo cielo, mi sembrava di realizzare un sogno: american dream…
Andammo anche a qualche festeggiamento di quelli che non ti puoi rifiutare e Franco mi faceva da cicerone tenendomi per un braccio e presentandomi ai vari personaggi della comunità italo-americana. A seconda dell’importanza del personaggio Franco mi stringeva più o meno forte e la sera quando rientravamo in albergo avevo sempre qualche livido sul braccio.
Lo spettacolo fu un trionfo. Io facevo il primo tempo, Franco il secondo e poi un quarto d’ora insieme di comicità travolgente. Al termine venivano a salutarci in camerino frotte di connazionali, i siciliani da Franco e i pugliesi da me.
Nel frattempo, a Roma, Ciccio l’aveva presa a male. Telefonava a mia moglie dicendo che avevo fatto male ad andare, che avrei dovuto rifiutare. Insomma si era incazzeto.
Quando tornammo io e Franco andammo da Corrado a Domenica In e facevamo la scena che avevamo le tasche piene di dollari per il successo che avevamo avuto in America.
Io però volli chiamare Ciccio per scusarmi e spiegargli che l’occasione era stata troppo grande per me e, sapendo che lui stava male e che le date erano ormai fissate, pensavo che non avesse nulla in contrario. Insomma riuscii a farmi perdonare e i nostri rapporti non ne risentirono.
Fino all’ultimo rimasi amico di tutti e due.
Quando morì Franco erano i giorni dopo la morte di Falcone e Borsellino e a Palermo era come stare a Beirut per cui al funerale non venne nessun attore. Solo io e Ciccio seguivamo il feretro attorniati da una gran folla: il suo popolo che tanto l’aveva amato.
Ciccio era straziato dal dolore e costrinse me a parlare in chiesa perché lui non se la sentiva.
Poi, qualche anno fa, morì Ciccio e siccome non aveva un posto al Verano, il cimitero di Roma, io offrii alla moglie di ospitarlo nella mia tomba di famiglia ma il sindaco Veltroni, dimostrando grande sensibilità, riuscì ad assegnargli il posto dove ora riposa.
A questo punto allo stesso Veltroni torno a chiedere: a quando una strada intitolata a Franchi e Ingrassia?
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