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February 2008

Banfi, Canà e la televisione.

Se io sommo tutte le cose che faccio con tanto amore...con tantissimo amore...e non percepisco alcun compenso, mi chiedo se mi devo biasimare o elogiare. Beh, credetemi, sento di dovermi elogiare. Da anni presto la mia faccia, anzi, il mio faccione per far capire agli Italiani che l’Unicef è una cosa seria. Poi mi sforzo di accontentare tutti quelli che mi vogliono bene con questo blog, quello di Oronzo Canà e tutto quello che ci gira intorno (telefonia compresa), senza avere, finora, un rientro di spese, dal momento che la struttura ha un suo costo di mantenimento (redazione, tecnici e tecnologia) e, quando pure ci dovesse essere un guadagno, se ci sarà, non sarà mai equiparato al lavoro che faccio, dallo scrivere a girare i video ecc.
Eppure un motivo per fare tutto questo c’è e riguarda il rapporto col mio pubblico: chi mi ama per i vecchi film e chi per Nonno Libero e le fiction televisive. Il pubblico che mi sento in dovere di ripagare del successo e delle soddisfazioni che ho avuto.
Voi mi direte: caro raghèzzo Banfi, perchè ci dici tutto questo? Perchè ogni tanto penso a tutte le mie frenesie e mi viene in mente il centimetro di cui vi ho parlato una volta, quello che rappresenta la vita di ognuno di noi, da 1 a 80 centimetri, 90 ad essere ottimisti, e quando me lo figuro e vedo la lunga parte che ho alle spalle e il pezzettino che mi manca...
Poi penso all’ultimo film che ho fatto, l’Allenatore 2, che sta andando benissimo, ottimi incassi, eppure vi ho chiesto quasi scusa perchè avrei voluto farlo meglio e qualcuno mi ha detto: “Ma chi te lo fa fare di metterti sempre in discussione? Fregatene e goditi il frutto del tuo lavoro.”
Ma io, purtroppo per me (e per mia moglie che mi accusa di stare sempre a rimuginare...), non riesco a fregarmene e, visto il filo simpatico che si è creato con voi blogghisti, voglio farvi una domanda.
Ho già dichiarato che non farò un altro film sul calcio. Le offerte di lavoro non mancano, però mi hanno proposto di portare Canà in una fiction televisiva, garantendomi una produzione ricca, con tanti attori e la mia supervisione sulla sceneggiatura.
Porca puttèna, a questo non ci avevo pensato! Ma i miei dubbi sono tanti e, a questo punto, giro a voi la questione. Che ne pensate? Fatemi sapere. Ciao raghèzzi.

Comicità vecchia e nuova. Da Totò a Zelig

Voglio parlarvi di spalle. No, non quelle che avete ai lati del capocollo ma gli attori che hanno la funzione di appoggio per i comici. Prima di tutto voglio dire che le “spalle” non sono attori di serie B ma dei grandi attori che svolgono un ruolo indispensabile per la buona riuscita delle scene comiche, ieri come oggi, nei teatri di varietà, al cinema e in televisione. La spalla serve a dare il giusto ritmo alla scena, a preparare la battuta e, spesso, quando si recita a soggetto, a indovinare dove il comico vuole andare a parare e riuscire, quindi, a seguire un dialogo inventato all’impronta.
La famosa scena della lettera di Totò e Peppino è un tipico esempio di improvvisazione senza che ci fosse una sola riga di copione scritto.
Mi vengono in mente nomi di grandi spalle come Mario Castellani, Carlo Campanini, Gianni Agus, Gigi Reder e tanti altri che a dirli tutti non si finirebbe mai.
Mario Castellani è stato la spalla di Totò dall’inizio alla fine della sua carriera. Era quel personaggio, per esempio, della scena in treno nel film Totò a colori, quando Totò gli buttava le valigie fuori dal finestrino. Totò ha raccontato che si divertiva a tormentarlo in scena fino quasi a farlo arrabbiare sul serio, inventando delle battute non concordate alle quali, però, Castellani trovava sempre il modo di adattarsi efficacemente. Diceva Totò: “Molte volte il mio partner non ne può più di avermi accanto, non vede l'ora che la scena finisca per andarsi a riposare. Ma io continuo a non dargli pace: gli sto addosso, lo circondo da ogni lato, lo tocco e lo ritocco.
.. lo tormento con le mie frasi di disturbo: 'sono un uomo di mondo'; 'ma lei non sa chi sono io'; 'quando c'è la salute'; 'tampoco'; 'a prescindere'; 'eziandio'; 'comunque'; 'appunto, dico...' ”


Campanini me lo ricordo con Walter Chiari, quando rifacevano le scenette dei Fratelli De Rege, quelle di “Vieni avanti cretino!”, da cui poi fu tratto il titolo del mio film che tutti conoscete.
E chi non ricorda Gianni Agus e Gigi Reder con Villaggio nella serie dei Fantozzi?
Per parte mia voglio parlare di Gian Fabio Bosco, Gian, grandissimo attore molto conosciuto come componente della coppia Ric e Gian. In alcune occasioni è stato mio compagno in spettacoli in teatro e televisione, dove, bontà sua, mi faceva, appunto, da spalla. Di Gian, infatti, dire che è una spalla è riduttivo. È un grande artista, nato in palcoscenico da genitori che lavoravano nella compagnia di Gilberto Govi, nella quale lui stesso ha debuttato alla tenera età di 8 anni.
Lavorando con lui ne ho scoperto le grandi potenzialità di attore sia comico che drammatico e ancora oggi, se capita l’occasione, mi fa piacere lavorarci insieme.

Ric, Enzo Jannacci e Gian (1969)

Perché vi ho parlato di “spalle”? Perché, con il passare del tempo noto che la comicità si basa sempre più sui monologhi, quelli detti tutti di un fiato, quasi senza dare il tempo allo spettatore di assimilare la battuta o prepararlo a quella che seguirà. Quando vedo trasmissioni tipo Zelig, ad esempio, trovo idee a volte molto divertenti che però diventano una specie di “doccia” di parole che ti scorre addosso senza lasciarti niente. La mia non vuole certo essere una critica ai nuovi comici, per carità, ma, piuttosto, l’espressione di una nostalgia per la comicità di un tempo, meno cervellotica e più lineare, con meccanismi oliati che, per quanto si divagasse (e certe volte si poteva andare avanti a tempo indeterminato su certi canovacci) arrivava sempre a “colpire” nei momenti giusti con le battute giuste, quelle che poi il pubblico si ricordava e rideva ancora anche a spettacolo finito.
Ma forse è solo perchè mi sono fatto vecchio. Ciao raghèzzi.

Napoli, mille ricordi...

Alcuni giorni fa sono andato a Napoli, invitato dall’Università Parthenope a partecipare, nella veste di ambasciatore Unicef, ad una conferenza sulle organizzazioni no-profit, che poi sarebbero quelle che si occupano di raccolta fondi e solidarietà. Per un non laureèto come me è sempre un' emozione andare in un’università a parlare con gli studenti, ma questa volta c’era in più il piacere di essere a Napoli, una città alla quale sono legati tanti miei ricordi di gioventù. Lì ebbi le prime scritture con la compagnia di Arturo Vetrani che conobbi quando passò per Canosa e con cui partii per muovere i miei primi passi nel mondo del varietà. Facevamo uno spettacolo in due tempi: nel primo c’era la sceneggiata napoletana "O Zappatore", dove io interpretavo il figlio studente; nel secondo tempo c’era il varietà dove facevo le imitazioni. Ricordo la Galleria Umberto I, ritrovo di musicisti e attori alla continua ricerca di scritture quando andava bene e di pranzi e cene a scrocco in periodi di magra. Giorni bellissimi, a ricordarli adesso, ma pieni di difficoltà a viverli allora. Così, parlando all’università, mi sono tornati in mente alcuni episodi come quello del posteggiatore abusivo che la sera di un Natale, vedendomi ciondolare senza meta attorno alla Galleria, indeciso se utilizzare i pochi spicci che avevo per mangiare o per dormire (per entrambe le cose non bastavano) mi portò a casa sua, mi fece mangiare con la sua numerosa famiglia, mi fece dormire e la mattina dopo mi diede anche un po’ di soldi per tornare a casa. A quell’uomo, come ad altri che, nel corso dei difficili anni all’inizio della mia carriera, mi hanno aiutato senza avere niente in cambio, va senz’altro la mia riconoscenza e il merito di avermi insegnato il valore della solidarietà, valore che oggi anima quei piccoli sforzi che cerco di fare collaborando con Unicef.
Ma a Napoli è legato un altro ricordo che riguarda niente meno che la mia iniziazione sessuèle. Il giorno in cui compii 18 anni ero, appunto, a Napoli e alle nove del mattino mi recai, impaziente, alla storica “casa" di via Sergente Maggiore, finalmente in regola con l’età per usufruire dei “servizi” delle gentili signorine che l’abitavano. Ma era troppo presto e la casa chiusa era, appunto, chiusa e quando suonai una signora mi disse di tornare più tardi. Poi, vedendo che non mi muovevo da lì sotto mi richiamò e mi chiese che volessi. “Voglio entrare” dissi, “Ma la tieni l’età?” “Certo!” risposi orgoglioso e le mostrai il documento. Alchè la donna, visto che proprio quel giorno compivo i fatidici 18 anni, cominciò a chiamare “Maria! Giovanna! Carmela! Venite! Ci sta ‘nu guaglione che fa 18 anni oggi!” Insomma, per farla breve, mi festeggiarono, feci quello che dovevo fare e non mi fecero nemmeno pagare!
A proposito, chissà se Mike Buongiorno per il suo storico quiz “Lascia o raddoppia?” si ispirò proprio alla formula che si usava nelle case quando, scaduto il tempo, dall’altoparlante arrivava puntuale la voce che domandava: “raddoppia?”
A questo punto voglio lanciare un sondèggio: che ne pensate delle case chiuse?
Da parte mia credo che il mestiere più antico del mondo si chiami così perché c’è sempre stato e sempre ci sarà e allora, piuttosto che lo spettacolo a cui assistiamo nelle nostre città, con tutto il contorno di sfruttamento, clandestinità e sofferenza di ragazze alla mercè di bande di criminali, non sarebbe meglio tornare ad una regolamentazione come c’era una volta, con le case più sicure delle strade, l’assistenza sanitaria e tutto il resto? Perché fare finta di niente quando, senza finti moralismi, si potrebbe garantire sicurezza e sanità sia alle ragazze che ai clienti?
A voi la parola. Ciao raghèzzi!