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Categoria: Ricordi

Comicità vecchia e nuova. Da Totò a Zelig

Voglio parlarvi di spalle. No, non quelle che avete ai lati del capocollo ma gli attori che hanno la funzione di appoggio per i comici. Prima di tutto voglio dire che le “spalle” non sono attori di serie B ma dei grandi attori che svolgono un ruolo indispensabile per la buona riuscita delle scene comiche, ieri come oggi, nei teatri di varietà, al cinema e in televisione. La spalla serve a dare il giusto ritmo alla scena, a preparare la battuta e, spesso, quando si recita a soggetto, a indovinare dove il comico vuole andare a parare e riuscire, quindi, a seguire un dialogo inventato all’impronta.
La famosa scena della lettera di Totò e Peppino è un tipico esempio di improvvisazione senza che ci fosse una sola riga di copione scritto.
Mi vengono in mente nomi di grandi spalle come Mario Castellani, Carlo Campanini, Gianni Agus, Gigi Reder e tanti altri che a dirli tutti non si finirebbe mai.
Mario Castellani è stato la spalla di Totò dall’inizio alla fine della sua carriera. Era quel personaggio, per esempio, della scena in treno nel film Totò a colori, quando Totò gli buttava le valigie fuori dal finestrino. Totò ha raccontato che si divertiva a tormentarlo in scena fino quasi a farlo arrabbiare sul serio, inventando delle battute non concordate alle quali, però, Castellani trovava sempre il modo di adattarsi efficacemente. Diceva Totò: “Molte volte il mio partner non ne può più di avermi accanto, non vede l'ora che la scena finisca per andarsi a riposare. Ma io continuo a non dargli pace: gli sto addosso, lo circondo da ogni lato, lo tocco e lo ritocco.
.. lo tormento con le mie frasi di disturbo: 'sono un uomo di mondo'; 'ma lei non sa chi sono io'; 'quando c'è la salute'; 'tampoco'; 'a prescindere'; 'eziandio'; 'comunque'; 'appunto, dico...' ”


Campanini me lo ricordo con Walter Chiari, quando rifacevano le scenette dei Fratelli De Rege, quelle di “Vieni avanti cretino!”, da cui poi fu tratto il titolo del mio film che tutti conoscete.
E chi non ricorda Gianni Agus e Gigi Reder con Villaggio nella serie dei Fantozzi?
Per parte mia voglio parlare di Gian Fabio Bosco, Gian, grandissimo attore molto conosciuto come componente della coppia Ric e Gian. In alcune occasioni è stato mio compagno in spettacoli in teatro e televisione, dove, bontà sua, mi faceva, appunto, da spalla. Di Gian, infatti, dire che è una spalla è riduttivo. È un grande artista, nato in palcoscenico da genitori che lavoravano nella compagnia di Gilberto Govi, nella quale lui stesso ha debuttato alla tenera età di 8 anni.
Lavorando con lui ne ho scoperto le grandi potenzialità di attore sia comico che drammatico e ancora oggi, se capita l’occasione, mi fa piacere lavorarci insieme.

Ric, Enzo Jannacci e Gian (1969)

Perché vi ho parlato di “spalle”? Perché, con il passare del tempo noto che la comicità si basa sempre più sui monologhi, quelli detti tutti di un fiato, quasi senza dare il tempo allo spettatore di assimilare la battuta o prepararlo a quella che seguirà. Quando vedo trasmissioni tipo Zelig, ad esempio, trovo idee a volte molto divertenti che però diventano una specie di “doccia” di parole che ti scorre addosso senza lasciarti niente. La mia non vuole certo essere una critica ai nuovi comici, per carità, ma, piuttosto, l’espressione di una nostalgia per la comicità di un tempo, meno cervellotica e più lineare, con meccanismi oliati che, per quanto si divagasse (e certe volte si poteva andare avanti a tempo indeterminato su certi canovacci) arrivava sempre a “colpire” nei momenti giusti con le battute giuste, quelle che poi il pubblico si ricordava e rideva ancora anche a spettacolo finito.
Ma forse è solo perchè mi sono fatto vecchio. Ciao raghèzzi.

Napoli, mille ricordi...

Alcuni giorni fa sono andato a Napoli, invitato dall’Università Parthenope a partecipare, nella veste di ambasciatore Unicef, ad una conferenza sulle organizzazioni no-profit, che poi sarebbero quelle che si occupano di raccolta fondi e solidarietà. Per un non laureèto come me è sempre un' emozione andare in un’università a parlare con gli studenti, ma questa volta c’era in più il piacere di essere a Napoli, una città alla quale sono legati tanti miei ricordi di gioventù. Lì ebbi le prime scritture con la compagnia di Arturo Vetrani che conobbi quando passò per Canosa e con cui partii per muovere i miei primi passi nel mondo del varietà. Facevamo uno spettacolo in due tempi: nel primo c’era la sceneggiata napoletana "O Zappatore", dove io interpretavo il figlio studente; nel secondo tempo c’era il varietà dove facevo le imitazioni. Ricordo la Galleria Umberto I, ritrovo di musicisti e attori alla continua ricerca di scritture quando andava bene e di pranzi e cene a scrocco in periodi di magra. Giorni bellissimi, a ricordarli adesso, ma pieni di difficoltà a viverli allora. Così, parlando all’università, mi sono tornati in mente alcuni episodi come quello del posteggiatore abusivo che la sera di un Natale, vedendomi ciondolare senza meta attorno alla Galleria, indeciso se utilizzare i pochi spicci che avevo per mangiare o per dormire (per entrambe le cose non bastavano) mi portò a casa sua, mi fece mangiare con la sua numerosa famiglia, mi fece dormire e la mattina dopo mi diede anche un po’ di soldi per tornare a casa. A quell’uomo, come ad altri che, nel corso dei difficili anni all’inizio della mia carriera, mi hanno aiutato senza avere niente in cambio, va senz’altro la mia riconoscenza e il merito di avermi insegnato il valore della solidarietà, valore che oggi anima quei piccoli sforzi che cerco di fare collaborando con Unicef.
Ma a Napoli è legato un altro ricordo che riguarda niente meno che la mia iniziazione sessuèle. Il giorno in cui compii 18 anni ero, appunto, a Napoli e alle nove del mattino mi recai, impaziente, alla storica “casa" di via Sergente Maggiore, finalmente in regola con l’età per usufruire dei “servizi” delle gentili signorine che l’abitavano. Ma era troppo presto e la casa chiusa era, appunto, chiusa e quando suonai una signora mi disse di tornare più tardi. Poi, vedendo che non mi muovevo da lì sotto mi richiamò e mi chiese che volessi. “Voglio entrare” dissi, “Ma la tieni l’età?” “Certo!” risposi orgoglioso e le mostrai il documento. Alchè la donna, visto che proprio quel giorno compivo i fatidici 18 anni, cominciò a chiamare “Maria! Giovanna! Carmela! Venite! Ci sta ‘nu guaglione che fa 18 anni oggi!” Insomma, per farla breve, mi festeggiarono, feci quello che dovevo fare e non mi fecero nemmeno pagare!
A proposito, chissà se Mike Buongiorno per il suo storico quiz “Lascia o raddoppia?” si ispirò proprio alla formula che si usava nelle case quando, scaduto il tempo, dall’altoparlante arrivava puntuale la voce che domandava: “raddoppia?”
A questo punto voglio lanciare un sondèggio: che ne pensate delle case chiuse?
Da parte mia credo che il mestiere più antico del mondo si chiami così perché c’è sempre stato e sempre ci sarà e allora, piuttosto che lo spettacolo a cui assistiamo nelle nostre città, con tutto il contorno di sfruttamento, clandestinità e sofferenza di ragazze alla mercè di bande di criminali, non sarebbe meglio tornare ad una regolamentazione come c’era una volta, con le case più sicure delle strade, l’assistenza sanitaria e tutto il resto? Perché fare finta di niente quando, senza finti moralismi, si potrebbe garantire sicurezza e sanità sia alle ragazze che ai clienti?
A voi la parola. Ciao raghèzzi!

ALL’AMICO SABÉNI

Caro Gigi,
ti ricordi quante volte, quando ci incontravamo al Bar di Vanni, tu mi abbracciavi sempre dicendomi: “PORCA PUTTENA.... TI SPEZZO LA NOCE DEL CAPOCOLLO?” e io rispondevo: “SABÉNI!!”.

Poi dicevamo, insieme al tuo grande amico Alfredo, che la macchina dello spettacolo è un infernale tritatutto che spezza gli animi e spezza i cuori, come purtroppo è successo a te...

Però hai visto quanti pezzi grossi si sono fatti sentire e si sono fatti vedere?
Quando li cercavi tu erano tutti assenti!!!!!

Io, in un intervista al GR2 ho detto che un po’di colpa nei tuoi riguardi la devono sentire anche molti giornalisti. Molti di loro hanno addirittura ammesso: “Certo, nei confronti di Sabani ci sentiamo anche noi un po’ responsabili, ma ci faremo perdonare parlando tanto di lui in questi giorni”.
Poi, purtroppo, è mancato anche il grande Luciano Pavarotti. Ha ragione Totò che la morte è come una livella, ma qui tra i vivi vale sempre l’ ubi maior minor cessat e i giornali, non solo italiani ma di tutto il mondo, sono pieni di commemorazioni di Big Luciano.
Te lo saresti mai aspettato, caro Gigi (e qui un PORCA PUTTENA ci vorrebbe proprio!) che proprio Pavarotti ti avrebbe rubato la scena? Che vuoi fare caro SABÉNI.... the show must go on.
Sicuramente adesso starete ridendo tutti e due per questa strana coincidenza e tu lo starai imitando cantando: VINCERÒ VIN.....CE.....RÒÒÒÒ!!!!

Ah, Gigi, fammi un piacere se puoi, anzi già che ci siete fatemelo insieme tu e Luciano.
Adesso che parlerete con tutti quelli che contano e con il grande CAPO ditegli questo:
"Banfi è un bravo raghezzo e quando deciderai che tocca a lui, non lo chiamare negli stessi giorni che chiami qualcuno più maior di lui, di qualunque settore, spettacolo e non. Lascia almeno un intervallo di dieci giorni l’uno dall’altro…
E visto che il raghezzo è altruista, non chiamare nemmeno qualche minor negli stessi giorni."

Grazie.... ciao Gigi e ciao Luciano. Vi voglio bene. Ci vediamo, ma con calma... non c’è fretta.

Vostro Lino Banfi

P.S.
Questo mio pensiero che ho scritto di getto, solo perchè volevo bene a Gigi Sabani, è blasfemo? È offensivo per qualcuno? Perchè un quotidiano molto importante si è rifiutato di pubblicarlo? Ho preso in giro la morte? La morte va presa in giro... perchè è STRONZA!

71 e non sentirli...

Eccomi qua!
Sono appena tornato dopo un periodo di cure da Messeguè dove mi hanno rivolteto come un calzino e tra cataplasma, bibitoni, tisane e calorie controllate sono più in forma che mai avendo perso quei 7/8 etti di troppo che appesantivano il mio profilo filiforme. A questo punto sono pronto ad affrontare il ritorno di Oronzo Canà che per me sarà come un salto indietro nel tempo di più di 20 anni e, visto che in questi giorni compio 71 anni, la cosa non può che farmi piacere.
A proposito di salti nel passato, sono riuscito a trovare la registrazione della mia prima apparizione in TV, nel programma del 1969 "Speciale per voi" condotto da Renzo Arbore (un pupo anche lui! ).
Ricordo l'apprensione che avevo prima di entrare in scena davanti a quel pubblico di "bravi raghezzi" che in realtà erano delle iene, come potrebbero testimoniare Claudio Villa e Caterina Caselli che nella stessa trasmissione furono fischiati, litigarono e se ne andarono. Poi, invece, mi tranquillizzai quando vidi che ridevano alle mie battute, cosa in fondo naturale per la iena che è ridens e non sibilans che vuol dire fischiante.

Buster Keaton con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

Molti mi chiedono di continuare a parlare di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e io lo faccio volentieri nella speranza di dare il mio contributo al mantenimento del ricordo di due grandi artisti che tanto hanno dato al cinema italiano oltre, naturalmente, alla riconoscenza che io personalmente devo loro per l’aiuto alla mia carriera.
Giorni fa mi è capitato di leggere una dichiarazione di Robert De Niro: 'A me piace moltissimo Franco Franchi. Quando giravo in Sicilia il secondo Padrino, ho visto un suo film, Ultimo tango a Zagarol. Era straordinario'. Parola di Robert De Niro, mica di uno qualunque!
Questo mi ha ricordato un grande attore americano che ebbe occasione di lavorare con la celebre coppia: Buster Keaton.
Franco e Ciccio girarono un film con Buster Keaton che si chiamava “Due marines e un generale” con la regia di Luigi Scattini.
Keaton era uno degli idoli di Franco Franchi che in un’ intervista così ricordava il loro incontro: ‘E’ stata una emozione indescrivibile trovarsi al cospetto del grande Buster Keaton, sin dall’infanzia uno dei nostri comici preferiti insieme a Chaplin e Stanlio e Ollio. Quando il produttore ce lo presentò sorrideva, proprio lui che non lo faceva mai; una persona squisita, e, nonostante che non parlasse italiano e noi non parlassimo inglese, riuscivamo a comunicare aiutandoci con la mimica e i gesti. Non dimenticherò mai l’umanità, la dolcezza e l’umiltà di un personaggio di tale statura..’
Come vedete mi sono anche documentato!
In quel film io feci poco più di una apparizione ma ci tenevo molto ad esserci per vederli lavorare insieme.
Un giorno Franco lo fece ridere facendo l’imitazione della scimmia e da quel giorno Keaton ogni mattina gli portava sul set noccioline e banane.
Keaton diceva una sola parola alla fine del film: “Grazie”. Per quella parola ci fu una gara di doppiatori. Tutti volevano farlo: Cucciola, Cigoli, Rinaldi, Gazzolo, Amendola…
Alla fine mi pare che vinse Cucciola.

La mia prima esperienza con le tettole di Edvige Fenech.

La prima volta che ebbi a che fare con Edvige in una scena sexy fu un po' traumatica.
Il film era Zucchero, miele e peperoncino. Il suo personaggio, Amalia, mi aveva scambiato per un gangster che si chiamava Pugliese di cognome. Il mio personaggio invece si chiamava Milanese di cognome ed era pugliese di nascita, Da qui l'equivoco. In quella scena Amalia si eccitava a farsi raccontare come avevo ammazzato questo e quello e io, per portarmela a letto, stavo al gioco. Mentre stavamo sul divano io dovevo operare con la mano sinistra sul suo seno ma ero impacciatissimo e la scena non riusciva bene. Il regista Sergio Martino voleva sempre rifarla e Edvige cercava di tranquillizzarmi. Mi diceva: "Non aver timore, Lino, toccami veramente.." Maronna benedetta!!...
So che molti di voi si stanno ingrifèndo all'idea e pensano "se ci fossi stato io...". Facile a dirsi, però, purtroppo per voi, là ci stavo io e continuavo ad essere impacciato. Insomma alla quinta volta che ripetevamo la scena un macchinista se ne usci con: "A' Lì', se volemo sbrigà...pare che stai a svità 'na lampadina."
Inutile dire che tutti scoppiarono a ridere mentre io mi volevo sotterrare....

A Favignana per Il Commissario Lo Gatto

Quando eravamo a Favignana per girare Il Commissario Lo Gatto di Dino Risi, io, da ittico-dipendente quale sono, avevo trovato il paradiso.
Tutto cominciò una mattina alle 8 nella piazza del paese. Mi si avvicinò un gentile signore, che poi scoprii essere un ergastolano che scontava la pena nel penitenziario locale che permetteva ai detenuti di di lavorare fuori durante il giorno. Mi disse: "Linuzzo, facisti colazione?" No, dissi io. "Li mangi i'rricci?" Che domande, certo! "Vado e torno!". Si tuffò in mare e dopo 15 minuti tornò con un paniere pieno di ricci succulenti. Per incanto comparve della focaccia calda e del vino e da quel giorno tutte le mattine quella fu la mia colazione. Dino Risi si schifava e non voleva neanche vedere. Non amava il pesce e il suo problema era trovare chi gli facesse un buon risotto alla milanese. Invece, ogni giorno a colazione, pranzo e cena, il mio complice nelle grandi mangiate di pesce che mi feci in quel periodo fu il direttore della fotografia Sandro D'Eva, detto Mary Poppins per gli ombrellini che usava davanti ai proiettori delle luci. Conobbi anche un giapponese che parlava uno strano siciliano che aveva imparato perchè passava gran parte dell'anno sull'isola per comprare il tonno da esportare in Giappone. Uno dei Rais delle tonnare mi invitò a vedere la mattanza, uno spettacolo affascinante e orribile nello stesso tempo. Affascinante per la parte rituale fatta di canti e preghiere provenienti da tutte le barche che si schierano attorno al banco di tonni creando quella che si chiama la "camera della morte".
Quando poi, a un comando del Rais, tutti cominciano a tirare su il coppo, la grande rete che porta in superficie i pesci, decine e decine di tonni cominciano ad agitarsi e a pinneggiare facendo ribollire il mare. Infine la parte più drammatica, quando i pescatori cominciano ad arpionare i pesci e il mare diventa rosso di sangue. Siccome in quei giorni compivo 50 anni, decisero di regalarmi un tonno intero e me lo fecero scegliere là per là. Io ero un po' scioccato da quello spettacolo cruento e ne indicai uno a caso, specificando però che, essendo tutte bestie da 150/200 chili, non sapevo come avrei fatto a portarmelo a casa. "Vossia non si deve preoccupare." mi dissero.
Dopo qualche giorno il tonno che avevo scelto era confezionato in una settantina di barattoli da 2 chili ciascuno che divisi con il resto della troupe.
Del film ricordo una scena in cui Maurizio Ferrini guidava il sidecar e doveva passarmi davanti per farmi salire al volo. Dino Risi era stato gentile e rassicurante con Maurizio, che non era molto esperto nella guida del mezzo. "Non ti preoccupare, vai tranquillo, piano piano..." gli diceva con la sua inconfondibile erre moscia durante la prova.
Al primo ciak però cominciò a strillare "Dài, accellera, vai più forte!" mandando nel panico il povero Maurizio che cominciò a sbandare e se non mi toglievo di mezzo con un salto a momenti mi ammazzava!

L'Italia incontra la Scozia. Oronzo Canà incontra Falcao e Pelè

Stasera a Bari gioca la Nazionale contro la Scozia. Quindi mi raccomando, raghezzi, tutti davanti alla TV a tifare per la qualificazione agli Europei. Speriamo che il mister Donadoni e i suoi ragazzi riescano a portare a casa il risultato. Certo, un po' la mancanza di Totti la sentirò ma, se vinciamo, chiodo scaccia chiodo e, quando si sarà tolti tutti i chiodi, sono sicuro che anche Francesco tornerà.
A proposito di grandi calciatori, mi ricordo quando nel 1988 facevo Domenica In. Con me c'era Paulo Roberto Falcao che si occupava del calcio. Io però volevo coinvolgerlo in qualche sketch perchè era spiritoso e mi divertiva molto il suo modo di parlare. Io ero uno dei pochi che pronunciavano bene il suo nome che andava detto Falcaun con una au stretta. Anche in canosino abbiamo molte parole che suonano allo stesso modo: u' pallaun, il pallone; u' melaun, il melone; la processiaun, la processione; u' balcaun, il balcone...
Un giorno venne Toquiño e con lui cantai Desafinado in canosino. Anche Paulo voleva cantare con noi ma quando provammo era così stonato che io e Toquiño ci guardammo preoccupati e lo convincemmo a lasciare perdere.
Un'altra volta Falcao portò il grande Pelè e mi presentò come Oronzo Canà, un grande allenatore italiano. Pelè è molto simpatico e stette al mio gioco così gli feci un dribbling e un tunnel per la gioia delle 300 ragazze ponpon che costituivano il pubblico. Chèvolo, posso sempre dire di aver smarcato Pelè!
Qualche tempo fa, dopo tanti anni, l'ho incontrato a Cannes. Io stavo firmando autografi per degli ammiratori italiani che mi avevano fermato per strada. Con la coda dell'occhio lo vidi che si avvicinava incuriosito finchè mi riconobbe. Ci salutammo con gioia e, a quel punto, sapete che gli ho chiesto? Se voleva partecipare al film L'allenatore nel pallone 2. Chiaro, era una cosa buttata lì, però il raghèzzo mi sembrò abbastanza disponibile. Chissà...

A ognuno la sua schizzata

Molti di voi mi chiedono di parlare di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Spero che tra i blogghisti ci siano anche amici di Palermo per fare una supplica (che io già feci all' ex sindaco on. Orlando) affinché l'attuale sindaco Dott. Cammarata prenda in considerazione l'idea di dedicare una via o una piazza a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
È il minimo che io possa fare per loro per quanto loro hanno fatto per me, aiutandomi a muovere i miei primi passi cinematografici.
A questo proposito mi viene in mente un "esipodio" (come avrebbe detto il grande Totò).
Giravamo il film "Riuscirà l'avv. Benenato a distruggere il pretore De Ingras?".
Nella storia Franco e Ciccio erano acerrimi nemici. Franco era l'avvocato e Ciccio era il pretore.
Ciccio amava indossare le sue camicie bianche personali e non quelle che gli dava il costumista.
In una scena nello studio del pretore dove c'ero anch'io che facevo il cancelliere, Franco prendeva la penna stilografica e, facendo finta che non scrivesse, doveva agitarla schizzando d'inchiostro sia me che il pretore Ciccio. Qui Franco volle farci un piccolo scherzo maligno caricando la penna con inchiostro vero invece che con quello smacchiabile di scena.
Quando Ciccio si trovò la sua bella camicia schizzata di inchiostro vero, si incavolò come un pazzo con Franco che perse la pazienza e gli rispose: “E che minchia gridi! Una schizzata ti feci!”
Ho scelto questo episodio perchè ad ognuno può capitare una schizzata e quando ti capita o butti la camicia o ti tieni la macchia.
Siccome io la camicia non la voglio buttare perché, grazie a voi, mi pièce, me la terrò anche macchiata, sperando che col tempo la macchia sparisca da sola.
Ora non pensiamoci più e, per tornare a farci due risète, vi propongo da Vieni Avanti Cretino la famosa scena della sala d'attesa dal dentista, che io invece credevo fosse ancora una casa d'appuntamenti.
Con me il magnifico Gigi Reder, grandissima spalla, che si divertiva a lanciarmi tanti "lazzi" (gergo vecchio teatrante) che io prendevo al volo.
Ridiamoci sopra e ricordate: risus abundat in ore...19 e 20!

Père che il pompelmo faccia mèle...alle frègole dell'avocado!!

Due momenti della mia vita sono stati particolarmente decisivi.
Nel 1968, quando passai dall’avanspettacolo al cabaret, al Puff di Roma, capii in una ventina di secondi (il tempo di alzarmi dal puff e andare sulla pedana) che per quel tipo di pubblico dovevo parlare con l’accento smaccatamente esasperato pugliese.
Nel 1973, quando all’Auditorium di Napoli, con il grande Alberto Lupo in Senza Rete, mi dettero pochi minuti a trasmissione e io perfezionai l’idioma anglo-pugliese con l’aggiunta delle finali in lo e la: “Cravattola, camiciola, Iva Zaniccoli, Mike Bongiornolo, ecc” e fu la svolta!
Poi, durante la caterva dei film didattici (ho cominciato da bidello e sono arrivato a preside) mi domandai, anzi fu il mio alter ego Pasquale Zagaria a chiedere a Lino Banfi: “Che prodotto vuoi essere da grande?”
Io pensai: “Ognuno di noi è un tipo di frutta che va venduta da un certo tipo di venditore e consumata da un certo tipo di gente. Se scelgo di essere mango, papaia o frutto della passione mi consumeranno le persone intellettuali, ricche di buon gusto. Se scelgo di essere mela, pera o arancia sarò un frutto nazional-popolare. Forse non sarò in bella mostra in una frutteria di via Montenapoleone a Milano o di via Veneto a Roma ma, porcaputtèna, sarò sui i banchi di frutta di tutti i mercati! E anche a via Montenapoleone e via Veneto mi dovranno subire vicino al mango, alla papaia e ai frutti della passione…
Così scelsi la frutta popolare e non vi dico quello che ho dovuto subire i primi anni! La frutta esotica mi ha sempre fatto la guerra. Mi dicevano di tutto: “Ancora vicino a me, zotico guitto che non sei altro…”. Poi, non so perché, nei mercati mi piazzavano sempre sui banchi del centro, verso il lato destro, e mai con loro sulla sinistra…
Addirittura la frutta intellettuale pugliese mi voleva eliminare dal mondo ortofrutticolo perché non ero chic e con il mio linguaggio, secondo loro, involgarivo il nobile idioma pugliese che è protetto dall'Accademia della Cruscola.
Però, con l’aiuto di Dio, ma anche e soprattutto del mio che volli, volli, fortissimamente volli, sapete che è successo, cari raghèzzi?
Che oggi molti frutti esotici mi stimano, mi vogliono bene, si sono pentiti e qualcuno ha avuto il coraggio di confessarmi che, una volta, nei circoli intellettuali, bisognava nascondere che ci si divertiva con Banfi e dichiarare per forza di amare pazzamente solo Woody Allen e Nanni Moretti. Capito?
Questo fatto mi ha ricordato che, ai tempi di Senza Rete, il capostruttura Rai era Giovanni Salvi (vivaddio, gran conoscitore di spettacolo) che mi raccontò che ogni sabato mattina si guardava in bassa frequenza dal suo ufficio di viale Mazzzini le prove che facevamo a Napoli e che molti dirigenti andavano da lui a curiosare. Uno di questi (di cui non farò il nome neanche sotto tortura), che arrivava sempre con due o tre quotidiani di sinistra sotto il braccio e ascoltava solo musica sinfonica, dopo un quarto d’ora che assisteva alle nostre prove cominciò a ridere come un pazzo e disse queste testuali parole: “Giovà, mi vergogno molto a dirlo, ma Banfi mi fa pisciare sotto dalle risate!”
Giovanni Salvi tenne il segreto per un po’ di anni ma poi me lo confessò ridendo, felice di essere stato lui a scoprirmi televisivamente.
In conclusione, viva Giovanni Salvi e gli intellettuali pentiti e...ai blogghisti l’ardua sentenza!

Scene cult/3 - Una giovane Moana Pozzi in Vieni Avanti Cretino

Una delle battute stupide alla quale sono più attaccato è una sola parola, a chiusura di una scena con la bellissima Moana Pozzi, che poi sarà mia moglie nel film "I Pompieri".

Appena entrato, Moana mi scortava, insieme all'altra hostess, snocciolando i risultati di una serie di analisi necessarie per essere ammesso nello stabilimento futuristico di Tomas.

Alla fine, sospettosa, mi chiedeva:  mica avrà preso la cortisonchemicetina?                    Io, da sceneggiatura, dovevo rispondere: - no no, che sono scemo!                                   Invece risposi istintivamente: - no, no, ho preso la metropolitana!

Lei si trattenne dieci secondi, aspettando lo stop, e poi cominciammo tutti a ridere e non siamo stati più capaci di ripeterla.

Scene cult/2 - Allenatore nel pallone

Nel finale, quando vengo portato in trionfo, la sceneggiatura prevedeva che, dopo il tormentone " mi avete preso per un coglione - no, sei un eroe" io  dovessi guardare il presidente con aria trionfante e fargli il gesto dell’ombrello ma...

Il problema era che i due gemelloni quando mi tenevano su mi stavano veramente schiacciando un c... La scena andava avanti e il dolore era vero ed aumentava, così mi venne in mente di sbottare con: "M'avete preso per un coglione, sotto la mèno, mi fa male!!" che non era la battuta prevista ma era l'unico modo per sottrarmi al supplizio.

Carlo Ponti e Dino De Laurentiis: un ricordo e un incontro.

E' morto Carlo Ponti. Io non l'ho mai conosciuto. Ho avuto l'onore, negli ultimi anni, di conoscere Sofia Loren che mi ha commosso quando mi ha chiamato una mattina dopo aver visto la mia fiction "Raccontami una storia" sulle adozioni dei bambini dei paesi dell'Est. Alle otto di mattina squilla il telefono. Io rispondo e sento: "Bravo! Bravissimo! Mi hai fatto commuovere ieri sera." "Chi parla?" dico io "Sono Sofia, Sofia Loren..." Fu per me un' emozione sapere che una grande attrice come la Loren seguisse i miei lavori, comprese tutte le puntate di "Nonno Libero", come disse lei.

Di Carlo Ponti so che era un uomo del nord innamorato del sud e questo mi basta per apprezzarlo e volergli bene al pari della moglie. 

                                                                           L'altro  giorno, invece, ho incontrato Dino De Laurentiis. Uscivo dalla Rai e vedo una limousine nera. proseguo e sento una voce: "Non mi saluti?"                                               Era lui. Ci siamo abbracciati. Ci siamo commossi. "Ho seguito sempre la tua carriera. Sei diventato un grande. E un po' è anche merito mio..." Ha ragione.

Con De Laurentiis ho fatto il primo contratto cinematografico della mia vita. Era il 1969.  Io lavoravo nei cabaret di Roma. Al Puff, al Cab 37 e locali simili. Facevo lo scettico blu in pugliese e le parodie dei gospel nelle piantagioni d'insalèta del Tavoliere dove, dicevo, era nato veramente il blues. Alfredo De Laurentiis, grande organizzatore di cinema, era venuto a vedermi e mi aveva segnalato al fratello Dino, che mi mandò a chiamare.

Andai con De Simone, il mio agente, a Dinocittà, gli stabilimenti sulla Pontina.  Il suo ufficio era gigantesco. Qualcuno mi disse che in quell'ufficio lui riceveva Richard Burton e Elizabeth Taylor oppure Totò e altri mostri sacri dell'epoca. Figuratevi il mio stato d'animo di piccolo attore di avanspettacolo di fronte a questo gigante della cinematografia mondiale.

Mi disse: "Tu sei bravo. Fai ridere. Ti faccio un contratto in esclusiva per due anni."

In un momento in cui, per farvela breve, quando mi andava benissimo portavo a casa 200/250 mila lire in un mese, De Laurentiis mi offrì due milioni al mese. Madonna benedetta dell'Incoronèta,  facevo i salti che nemmeno Sara Simeoni alle olimpiadi...

Quando tornai a casa da mia moglie con un milione d'anticipo in contanti, Lucia pensava che avessi fatto una rapina in banca.

Il primo film fu "Io non scappo, fuggo." con Alighiero Noschese e Enrico Montesano. Io facevo un contadino gay pugliese.

Il secondo film fu...no, scusate un momento, perchè vi devo raccontare tutti i chèzzi miei? Allora che l'ho scritto a fare il libro con Rizzoli?

Chiudo solo con il ricordo di una battuta che faceva ridere molto i fratelli De Laurentiis: dopo tanti anni di lavoro insieme i due nostri più grandi produttori si sono separati e si sono costruiti ognuno il suo stabilimento cinematografico. La cosa strana qual'è? Che De Laurentiis se l'è costruito sulla Pontina e Ponti...sulla Laurentina. Guarda un po' i chèsi della vita!

Scene cult/1 - Vieni Avanti Cretino

Ho deciso di raccontarvi ogni tanto qualcosa sulle scene più famose dei miei film.
In Vieni avanti cretino, Dino Cassio,ex dei Brutos, che faceva il prete, non sapeva dell'ultimo schiaffo a due mani, che fu una mia aggiunta estemporanea, inventata là per là. Nel film non si vede, perché Dino è di spalle, ma immaginate la sua faccia quando gli arriva lo schiaffo inaspettato. Salce rideva come un matto dietro la macchina da presa.

A proposito di Laura Antonelli

Ho letto con attenzione quello che ha scritto a ripetizione Giancarlo sulla brava e bella Laura. In questi ultimi anni ho seguito attraverso i giornali la sua triste vicenda. Quello che posso dire è che di lei io mantengo un ricordo stupendo legato al nostro film “Roba da ricchi”, dove interpretava mia moglie. In quell’occasione scoprii quanto fosse brava e riuscimmo a legare in modo particolare. Cari blogghisti, quanti di voi a quell’epoca avrebbero voluto stare al posto mio?

Comunque, una parola su Laura la voglio dire direttamente a lei:

Cara Laura, io posso capire benissimo, dopo tutto quello che hai passato, che tu voglia dimenticare ed essere dimenticata. Però io come faccio a dimenticare mia moglie pugliese a Montecarlo? Dico pugliese perché pugliese non sei ma ti bastarono solo due giorni di full immersion con me per imparare benissimo a recitare in dialetto. Ti ricordi che per allenarti inventavamo le filastrocche in - ósa (con la “o stretta” pugliese)?

Quando la rósa                                                                Non è spinósa                                                                 E non viene da Canósa                                                  Non è odorósa                                                               Ed è pure pelósa                                                            E allora è ce’ccósa?                                                       È una schifezza di rósa!

Sergio Corbucci e tutta la troupe ridevano come matti quando facevamo questa cósa. Cara Laura, se qualcuno ti riferisce di queste mie parole, sarei felice di sapere che almeno questo ricordo ti faccia sorridere un attimo.

Capodanno

Devo confessare che non ho una grande passione per il Capodanno. Di solito lo passiamo io e mia moglie Lucia da soli, senza veglioni o festeggiamenti particolari. Certo, una bella cena non me la lascio sfuggire. D'altra parte, voi lo sapete, la buona cucina è la mia debolezza... Alcuni anni fa, quando dovevo fare più fatica a tirare la carretta, la notte di Capodanno era una buona occasione di lavoro. Riuscivo a farmi due o tre veglioni nella stessa sera. Alle 10 e mezza per esempio ero in un locale di Riccione. Facevo la mia mezzora di spettacolo, porca puttèna qui ti spezzo le rotule là...e via verso il locale successivo, magari a Rimini. Secondo spettacolo intorno alla mezzanotte e terzo tra l'una e le due. Certe volte la mezzanotte mi sorprendeva in macchina durante uno spostamento o in camerino in attesa di andare in scena. Ero solo e se ero fortunato c'era un telefono (mica c'erano i cellulari!) per parlare con mia moglie e i miei figli piccoli, rimasti a Roma. Insomma non c'era da stare molto allegri anche se poi dovevo dare il meglio di me stesso per divertire la gente in sala. Poi, negli anni 80, ho smesso di fare le serate e il primo Capodanno libero ho pensato di andare finalmente ad un veglione con mia moglie. Bel guadagno! Non solo ho dovuto pagare, ma la gente, che mi aveva riconosciuto, ha voluto che salissi lo stesso sul palco a fare un po' di spettacolo! Da allora io e Lucia ci organizziamo per quella sera una cenetta a lume di candela e a mezzanotte...facciamo i botti....che avete capito? Non quello che pensate voi...qualche petardo e stella filante!
Buon Anno a tutti!!

Un ricordo, sempre a proposito di rete

Una volta sono andato in rete nel vero senso della parola: ho fatto gol in una partita della squadra degli attori. Io, lo sapete, non è che abbia proprio il fisico dello sportivo, così, quando facevamo le partite di beneficenza, non mi facevano mai giocare e dovevo fare le gag a bordo campo come massaggiatore, infermiere, allenatore in seconda ecc.

Poi una volta giocammo contro i giornalisti e in ognuna delle squadre c’era un giocatore professionista: con loro Bruno Giordano e con noi Falcao, che era anche un mio grande amico.
Falcao decise che io dovevo segnare un gol e mi disse: “tu corri avanti mettiti davanti alla porta, io ti metto la palla sui piedi e tu dovrai solo metterla dentro”. Detto, fatto. Su una nostra rimessa dal fondo io cominciai a correre, marò le coronarie!, e mi misi al posto stabilito. Falcao da centrocampo, con la sua nota eleganza, fece un lancio e mandò la palla esattamente al punto giusto dove io, solo alzando il piede destro, la colpii al volo e la misi in rete!