 Autore: Marco e Umberto Brancia Titolo: Non avevo le parole Editore: Città Aperta Data di pubblicazione: 2006
La recensione Il libro dice di raccontare un «dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio», ma in realtà è un viaggio nella fatica e nella speranza di una famiglia che deve affrontare la sfida del disagio mentale di uno dei suoi membri.Tutto serve ad abbassare quel muro che un giorno si abbassa ma il giorno dopo si alza di nuovo perché gli altri, quelli «normali», non sanno nulla del disagio, non capiscono, giudicano, sentenziano, feriscono. Paolo Naso, Quando tuo figlio non ha le parole, "Confronti", maggio 2007 Brani dell’opera Lettera a mio figlio di Umberto Brancia Sei nato alla fine degli anni Settanta a Roma, in una zona di nuova costruzione, che si stendeva come un piccolo ritaglio verde nel flusso continuo di palazzi, supermercati e garage sviluppatisi appena fuori dal centro storico. A me e a tua madre il quartiere era piaciuto subito, anche perché assomigliava a quella città che avevamo imparato ad amare, di cui conoscevano i ritmi, gli umori, quelli dei quartieri e delle borgate, degli scandali intorno ai primi film di Pasolini:una città sempre in bilico tra un cinismo spietato e lampi di passione civile. Sposati da poco, eravamo una coppia abbastanza tipica di quel tempo, su cui ormai si sono scritte biblioteche intere. La prima stagione di entusiasmi collettivi del 1968 ci aveva coinvolto come tanti nella sinistra politica e nell’impegno sociale. In due storie come le nostre quella partecipazione aveva avuto significati e motivazioni diverse, accomunate però da un unico sentimento: il desiderio di rompere le costrizioni moralistiche di quella piccola borghesia romana descritta con lucida perfidia dalle commedie di Alberto Sordi. In quel mondo di impiegati e piccoli commercianti, una rigida frigidità dei sentimenti si accoppiava quasi sempre ad un attaccamento morboso al ruolo sociale, al denaro guadagnato più spesso con la furbizia truffaldina che con lo sforzo delle proprie capacità. Alcune volte sia tu che tuo fratello ci avete interrogato su quel periodo: la nostra voglia di partecipazione collettiva, l’attenzione continua ai problemi quotidiani degli altri vi apparivano atteggiamenti patetici o eccessivi. Eppure, ricostruendo gli eventi dolorosi che hanno scandito per tanti anni la nostra vita, non riesco a rinunciare, malgrado le vostre ironie, ad una convinzione. Quelle ribellioni avevano un nucleo sano, su cui si incardina la civiltà di un paese, oltre che l’identità di ognuno: il bisogno di combattere per la felicità propria, per quella degli altri e della comunità a cui si appartiene. Per non arrendersi ai colpi che la vita infligge a tutti, con spietatezza. Conosci bene gli spazi da cui questa storia prende le mosse. Diffidenti verso gli entusiasmi ribellistici degli studenti, il nostro impegno si indirizzò quasi naturalmente dentro quella realtà che appare provinciale e angusta nell’epoca di Internet e della globalizzazione: il quartiere, la città, quell’insieme di fili invisibili, che lega i destini degli uomini da una strada all’altra - dal luogo dove ognuno lavora all’ospedale dove muore. Le reti delle grandi organizzazione di massa (il Partito comunista, il sindacato) ci sembravano le uniche capaci di reggere nel tempo all’urto dei conflitti e dei bisogni che agitavano la nostra vita personale e quella del paese: il lavoro, la salute, la domanda diffusa di crescita culturale. Un segnale oscuro La tua prima malattia esplose a un mese di vita: una febbre altissima, renitente a ogni antipiretico. Il diario di un ingenuo di Marco Brancia Mi chiamo Marco e sono nato a Roma il 27 giugno 1979. Della mia infanzia non ricordo molto, so che ho avuto momenti brutti relativi alle mie varie operazioni, per cui l’ho trascorsa fra un ospedale e l’altro, i medici non riuscirono ha capire di che cosa si trattava. Fin dall’inizio ho avuto paura degli altri, rifiutavo il confronto con il mondo, la notte facevo brutti sogni, non me ne ricordo nessuno. Le uniche parole che sapevo dire erano “scarpa”. Un giorno la mia famiglia trovò un pediatra che riuscì ha individuare la cura, erano le adenoidi, per cui fui operato due volte. All’asilo il mio contatto fu difficile perché le suore erano molto autoritarie, avevo il terrore di non stare alle regole loro. Poi cambiai scuola, ma non socializzavo perché ero molto schivo verso gli altri. I primi disegni li facevo senza seguire le regole: ad esempio disegnavo solo barbe. Il mio gioco preferito era il sonaglino. Ho fatto vari sport di gruppo, ad esempio il nuoto, il basket, ma decisi di smettere per paura di stare in mezzo agli altri e alle regole che ritenevo sbagliate. Non giocavo con il pallone. I rapporti con i miei nonni non sono stati facili dato che quelli da parte di mia madre li ho persi tutti nel giro di poco tempo. Ho combattuto con la sorella di nonna, ricordo i confronti che lei faceva con mio cugino e con il resto della mia famiglia. Mi spiegava le cose più banali: a che ora dovevo andare al bagno, ad esempio dovevo avere per forza degli amici. Li presi la briga di scappare dal mondo che mi circondava. Dolce il silenzio Dolce è il silenzio più di un’altra cosa. E come una persona che cammina dentro di me. Il silenzio può essere forte quando una persona lo sa ascoltare e cercare, spesso non l’ho saputo cercare, ma quando ci riuscivo avevo sempre qualcosa da fare e non mi ricordavo che c’era lui dentro di me. Dolce è il silenzio quando sto lontano dalla televisione e dalle fesserie che mi costringono ad essere diverso da quello che sono. Dolce è il silenzio quando il muro che sta dentro di me scompare, sopratutto scompaiono le mie paure che mi si appannano la notte. |