 Autore: Maria Rosa Cutrufelli Titolo: D'amore e d'odio Editore: Frassinelli Data di pubblicazione: 2008 La recensione Donne coraggiose un secolo di voci Nora, giovane crocerossina volontaria nella Grande guerra ed Elvira, militante socialista nella Torino operaia del '17, due sorelle della buona borghesia, due ragazze ribelli e pioniere in un tempo in cui "signore e signorine crescevano nell'agio, a biscotti e pianoforte, abituate a mettersi a letto nei giorni del flusso". Donne coraggiose, capaci di dare linfa vitale alla rivoluzione femminile del Novecento e di farsi motore affettivo e intellettuale per figlie, nipoti e pronipoti. Parte da qui D'amore e d'odio di Maria Rosa Cutrufelli, da Nora e da Elvira che scelgono di capovolgere il loro destino e di uscire dall'immobilismo in cui il genere femminile rimaneva allora relegato. In un'epoca difficile e oscura, ma già ricca di fermenti, quando le donne, (gran parte di loro non terminava neanche la scuola dell'obbligo, fissata da poco a 12 anni) cominciavano già a parlare del diritto al voto, senza neanche immaginare che sarebbe dovuto passare ancora quasi un trentennio prima di ottenerlo. D'amore e d'odio è il racconto di un secolo, che si dipana attraverso le voci di sette donne, le discendenti delle protagoniste. Che, da Caporetto alle soglie del Duemila, attraversano un'Italia sempre diversa, dal Cadore a Torino; da Roma, a Bologna, a Milano. Fino alla Sicilia. Ovunque le portino le loro vite e le loro scelte, sentimentali e pubbliche. Mentre tutt'intorno scorrono gli anni cupi del fascismo, la seconda guerra mondiale, le distruzioni; ma anche le speranze della rinascita, della ripresa economica, del benessere. Maria Rosa Cutrufelli ha scritto romanzi storici, noir e racconti di formazione ed è abituata a sperimentare. D'amore e d'odio coniuga storia e invenzione ed è un libro reso intenso dal fascino di una narrazione efficace e documentata, con una trama complessa che arriva al cuore, grazie a una struttura ferrea che fa da leva all'immaginazione, ma che si rende credibile e coinvolgente. Una trama popolata da donne che attraversano il secolo terribile e che lasciano tracce e semi, per far germogliare emancipazione e cambiamento. Silvana Mazzocchi, "La Repubblica", 15/3/2008 Un brano dell'opera Da D’amore e d’odio di Maria Rosa Cutrufelli Nora Gribaudo Fenoglio aveva appena preso servizio in una sezione sanitaria di primo soccorso sotto il monte Sei Busi quando, il ventiquattro ottobre del millenovecentodiciassette, giunse il preallarme insieme alle notizie drammatiche e alquanto confuse della disfatta di Caporetto. L’ordine di ripiegare arrivò due giorni più tardi, alle tre di notte. Non c’era tempo per uno sgombero ordinato. Nora aiutò a sistemare in lettiga i feriti gravi, che furono mandati avanti, e a trasportare i moribondi in una cavernetta scavata nella montagna, perché finissero in pace. Lasciò l’ospedale all’alba del ventotto ottobre, in compagnia d’un drappello di feriti leggeri. Un tratto di strada lo fecero su carri tirati da muli, ma a un certo punto dovettero scendere e proseguire a piedi. Uno dietro l’altro per balze strettissime, uomini sfiniti, chi cieco da un occhio, chi senza un braccio, guidati da un fantasma con la testa chiusa nelle bende: il tenente farmacista che, essendo del luogo, s’appoggiava un po’ a questo un po’ a quello e intanto indicava la direzione. Pioveva con lenta caparbietà e i fasci di cento e cento riflettori s’incrociavano in aria, bucando la pioggia. L’orizzonte era acceso da una corona di fuoco che trasmutava dal giallo al rosso. A ogni esplosione, un bagliore di specchio. L’eco fragorosa delle mine, la tosse secca delle mitragliatrici, la luce bianca dei razzi, il freddo: tutto veniva risucchiato dal rimbombo incessante del cannone, che toglieva il respiro. A Nora sembrava di camminargli dentro, avanzava passo dopo passo nella cavità sonora di un enorme fusto di cannone, marciava all’interno di un suono profondo che la privava d’ogni sensibilità, la proiettava fuori di sé. Per ritrovare la cognizione del corpo portò le mani guantate alla gola e toccò, sotto il mantello, il nastro di velluto nero…
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