 Autore: Eliana Bouchard Titolo: Louise. Canzone senza pause Editore: Bollati Boringhieri Data di pubblicazione: 2007 Paradiso "A volte penso che il paradiso debba essere un continuo infinito leggere" (Virginia Woolf, luglio 1934) La recensione Canzone per i patemi di una eletta Romanzo d'esordio di Eliana Bouchard, «Louise. Canzone senza pause» è dedicato a una ugonotta francese, morta nel 1620, e dotata di una commovente tempra morale. Il libro, da poco uscito per Bollati Boringhieri, verrà presentato oggi a Roma, alla facoltà di teologia. Da tempo un'opera prima non si segnalava per una così nitida compiutezza e per l'originalità delle soluzioni linguistico-stilistiche; da altrettanto tempo non si leggeva un romanzo in italiano dove la specificazione di «storico» fosse davvero pari alle premesse e alla sua ambizione. Lo firma Eliana Bouchard, Louise. Canzone senza pause (Bollati Boringhieri, pp. 230, euro 16.00) che già nel sottotitolo allude alla scansione da poemetto in prosa, il quale tuttavia non presenta le ellissi che ci si aspetterebbero in una conduzione tutta lirica, in soggettiva, dell'argomento, bensì denota un pieno possesso della propria materia dove chi dice «io» trattiene sulla pagina, pari a un delicatissimo filtro, tanto i residui emotivi quanto le terribili ustioni inferte a una biografia femminile, che ebbe il privilegio di accedere alla grande storia nel momento in cui quest'ultima la coinvolgeva nella sua intimità per trascenderla e infine annientarla. Sulla mirabile corrispondenza di Louise de Coligny, poco meno di duecento lettere, e sulla ammirata testimonianza degli uomini suoi contemporanei, Eliana Bouchard reinventa la voce di una donna il cui lascito, prima che nel rilievo delle azioni individuali, consiste nella tempra morale, nella divisa etica che sa riconoscere il male, che non smette mai di nominarlo per opporvisi, spesso mutamente, a volte levando invece alta la parola. Senza scampo né requie, la Canzone di Louise si consuma al margine, per lo più in penombra, sgorga dal patema ininterrotto di una donna comunque assoggettata al potere, infine manifesta i segni elettivi della dignità e della pietas: le amare vibrazioni (un sentore dolce di sangue, piuttosto che di amaro fiele) che talora ne segnano la voce possono far pensare a certi versi di Agrippa d'Aubigné, fiero ugonotto, il poeta di Le Tragiques, martire della più terribile guerra di religione che abbia insanguinato la cristianità. Di quel lungo conflitto Louise patisce i duri antefatti, i quali aggettano dal fondale del romanzo ma non lo ingombrano, anzi vi si manifestano per via indiretta solo nelle private intermittenze della protagonista: quando muore, nel 1620, la Guerra di Trent'anni è appena scoppiata, ma Louise ha già alle spalle il massacro di Vassy, i torbidi maneggi del Guisa, il dispotismo di Caterina dei Medici, la notte di san Bartolomeo col relativo assassinio di suo padre Ammiraglio di Coligny e, fra gli altri, del suo primo marito Charles de Théligny. Dopo il suo secondo matrimonio con Guglielmo I d'Orange detto il Taciturno, appena pochi mesi di tregua e quasi di insperata felicità precedono la perdita del secondo marito per mano di un fanatico cattolico; restano a Louise de Coligny un lungo esilio e una trafila errabonda, con lo spegnersi degli affetti e l'esproprio del patrimonio, cioè la pura cadenza del dolore e dell'umiliazione che, d'ora in avanti, ne ritma la vita quotidiana. Almeno virtualmente, Louise inizia a scrivere la sua canzone dalla fine, percependo con nettezza la spoliazione ma cogliendo, nello stesso tempo, il tesoro della sua povertà. Che consiste nel recuperare entro di sé la traccia primordiale dell'essere al mondo, la condizione di precarietà e vulnerabilità che ipoteca gli esseri umani in basso come in alto, in modi magari differenti ma convergenti. La pietas di cui Louise sembra così naturalmente prodiga, la sua vocazione alla cura e al soccorso del prossimo, procedono entrambe da una persuasione che risuona nel profondo del suo credo religioso senza alcun bisogno di parole espresse né, tanto meno, declamate: per gli uomini, il peccato è la condizione di normalità, rappresenta l'annuncio e insieme l'enigma della loro costitutiva mortalità; costoro peccano proprio in quanto sono deboli, per etimologia, e dunque sopraffatti vicendevolmente da una fisicità opaca e pesante, in essa da sempre accecati. (Louise non può certo immaginarlo ma qualcosa del genere avrebbe sottoscritto tanto tempo dopo Simone Weil sfidando, temeraria, un altro secolo di massacri). Tale è il pensum che trascina con sé fino a morirne, nel cono d'ombra della vecchiaia ormai simile a una convalescenza conclusiva, lei che era stata eletta al privilegio sociale e tuttavia reclusa dentro la condizione di femmina e di orfana, due volte vedova, deprivata di ogni cosa e persino della prole. Le rimane solamente il beneficio del linguaggio, la chiarezza esemplare di scrittura che le presta Eliana Bouchard, in una prosa di andatura classica la cui naturalezza musicale è capace di assorbire e metabolizzare una natura che Jules Michelet, nella Storia di Francia, definì senz'altro «ammirevole, dove la perfezione della virtù brillava nella tragica aureola dei martiri». Ma colei che oggi ne scrive il romanzo rigetta a priori la retorica di Michelet, perché le basta scrutare Louise nei gesti quotidiani di donna alla prese con la storia e la vita, chiusa nel groviglio di emozioni/sentimenti/pensieri cui solo il tempo, col suo passo micidiale, sa retrospettivamente dare un senso e un destino. E il congedo di Louise, nell'ultima pagina del romanzo, appare struggente come sa esserlo un estremo e gratuito atto di pietà, un credito dovuto alla sola convinzione che gli esseri umani comunque sopravvivono, perpetuando ignari il paradosso di ogni esistenza: «Nel calmo delirio del male mi sembra di scorgere, sul confine del prato, un pastore ansimante che corre verso un agnello affamato e malconcio, nascosto fra i rovi. L'uomo, raggiunta la bestiola, si inginocchia e con le dita robuste districa dai rovi la lana arricciata. L'agnello si calma e riconosce, con la lingua rugosa, la mano del padrone. Il palmo del pastore scorre sul vello, toglie le ultime spine in una lunga, forte, carezza. Alzandosi, afferra con entrambe le mani il corpo tremante, con uno slancio del tronco lo issa sulle spalle e, stringe, con polso fermo, le zampe abbandonate sul petto. Poi, con passo sicuro, si allontana». È una immagine di forza elementare, una fortuita apparizione, o forse l'allegoria che allude al trapasso imminente da un «io» a un «noi», vale a dire dallo stato di normale egoismo a quello, finalmente, di umana solidarietà: segno ulteriore, questo, del fatto che Eliana Bouchard ha pensato il suo libro (che oggi pomeriggio, alle 18.30, presenterà alla facolta di teologia di Roma, in via Pietro Cossa) soggiacendo a un vincolo interiore, e lo ha scritto per un puro atto di necessità. Massimo Raffaeli, "Il Manifesto", 14/11/2007 Incipit dell'opera 1572 La stanza della residenza di rue de Béthisy era scarsamente illuminata, risparmiandomi così la pena di vedere tutta la sofferenza sul volto di mio padre. Stava semisdraiato e rigido per non offendere il braccio ferito. Il chirurgo Paré aveva estratto, con qualche difficoltà, la pallottola dall’arto sinistro, scongiurando l’amputazione che si era resa necessaria per l’indice della mano destra. Era trascorso un giorno dall’operazione e il dolore che non cessava di mordere la carne, stirava all’indietro la pelle sottile delle tempie, lì dove l’occhio sfugge e guarda le spalle. Penso spesso a quelle ore e ogni volta mi chiedo che cosa esplorasse quel lampo grigio nell’occhio liquido, lucido e vigile, spiando nell’ombra che dal fianco del letto strisciava fino alla porta. Forse, a catturare il suo sguardo era soltanto il dolore, quello che solleva e contorce le vene, raffredda il sudore e guizza nella pupilla accesa. Mi accontento di questa spiegazione perché l’altra, quella dell’ansia per il pericolo in agguato, mal si addice a una mente limpida e lineare come la sua. Varie ipotesi accompagnano il ricordo di quei giorni, ma nessuna spiega la determinazione febbrile che dominava il suo pensiero. Se evoco l’estrema sua immagine, spesso un’altra le si sovrappone, ma subito scompare, improvvisa com’era venuta, senza lasciare traccia, mentre uno spasmo del cervello segnala l’impossibilità di stabilire un contatto con il frammento perduto. Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, di un fatto piccolo e grave, forse un pensiero o un messaggio che mi è stato rivolto e non ho saputo raccogliere. Capita, talvolta, che un elemento di nessun conto si incarichi di riportare alla luce episodi nascosti nelle retrovie e vorrei provare ad afferrare quei ritagli che vivono legati ai ricordi, mettendo fine alla delusione che segue i contatti negati. La sottile inquietudine che accompagnava la comparsa di quel messaggio in incognito è da tempo scomparsa, anzi, ora ne aspetto il ritorno con la speranza di saperlo fermare senza timore. Da quell’agosto sono trascorsi cinquant’anni ed è venuto il momento di dare un significato a quei minuscoli squarci. Con un setaccio a trama sottile, filtrerò gli istanti che risponderanno al mio appello e quest’incombenza mi aiuterà a sopportare l’amarezza provata fuggendo dall’Olanda. Un ottobre fiammeggiante, qui a Fontainebleau, mi aiuterà a sconfiggere il rimpianto e a dare aria agli angoli della mente. Percepisco l’implacabile frenesia che accompagna il partire, questa volta verso luoghi distanti nel tempo, laddove si conserva intatta l’intensità del respiro. A causa dell’eventuale protrarsi del viaggio, ho fatto portare da Perrine, nel vano della finestra, una poltrona imbottita. […] Guglielmo Guglielmo era un vecchio soldato di cinquant’anni, pragmatico e visionario al tempo stesso, esuberante e gagliardo, colto e versatile. A dispetto del suo soprannome parlava correntemente nove lingue, era un calvinista convinto, ma anche un buon bevitore, per nulla fanatico. Conoscevo la sua storia perché mio padre ne parlava spesso con ammirazione. Negli scontri e negli incontri in cui si erano fronteggiati, era stato colpito dalla sua capacità di tener fede, attitudine che - a suo dire - non andava confusa con la lealtà, perché presupponeva un sistema di convinzioni, profondamente radicate, tipico degli uomini riflessivi. Mio padre diceva inoltre che il termine tener fede non andava messo in relazione con le risonanze religiose che sembrava sottintendere. In Guglielmo si riferiva soprattutto alle idee originali che lui e la sua famiglia erano avvezzi a coltivare. Riconoscevo l’importanza di quel tratto e decisi di sposare il Taciturno, perché proprio quell’elemento poteva dare al nostro matrimonio la solidità di cui aveva bisogno, per sostenere il patto fra due estranei e per aiutarmi a fronteggiare le circostanze ignote e imprevedibili che si addensavano intorno a quell’uomo, schiacciato dall’odio degli occupanti e dalle pressioni dei conterranei. I Paesi Bassi si erano infilati in una strettoia da cui difficilmente sarebbero potuti tornare indietro. La forza dei suoi abitanti, abituati a bastare a se stessi, si fondava sulla certezza che era la Spagna ad aver bisogno di loro e non l’inverso. Gli olandesi erano alla ricerca di qualche nuova formula che sistemasse i loro conti con la chiesa e con il re, ai quali, per secoli, erano stati destinati i migliori profitti. Il paese voleva un governo e una religione che li liberasse dalla servitù e per far questo occorrevano soldi, armi, soldati e qualche alleato sincero. Il motto di Guglielmo: “Non c’è bisogno di sperare per intraprendere né di riuscire per perseverare”, mi era già familiare ed ero disposta a condividerne la responsabilità. Intuivo dietro quelle parole una carica di ottimismo che a me faceva difetto e che, invano, cercavo di sostituire con la mia intermittente vivacità. Gli avrei portato in dono la massima: “Adveniat regnum tuum” che mi rappresentava perfettamente; nel suo significato risiedeva il principio della mia speranza e della mia unica forza. Non avevo ancora compiuto i trent’anni, ma avevo capito quale errore avessero commesso i miei simili nel riporre troppa fiducia in questo regno terreno, io non avrei fatto altrettanto. Avrei combattuto tenacemente per la pace e per la giustizia pur sapendo che l’uomo è bellicoso e parziale, per questo aspettavo il Suo regno. A questo proposito contavo sulla comprensione di Guglielmo e speravo di sposare il mio motto con il suo. |