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'Terrona' di M. Rosa Cutrufelli

 

Copertina di Terrona

Autore: Maria Rosa Cutrufelli
Titolo: Terrona
Illustrazioni: Alessandro Ferraro

Data di pubblicazione: 2004

 

 

 

 

 

 

 

La recensione

In questo primo libro dedicato ai ragazzi (dai 10 in su), Maria Rosa Cutrufelli attinge alle proprie memorie d'emigrante. Emigrante. Una parola che ti si appiccica addosso, ti entra nel sangue e non ti lascia più nel momento stesso in cui il treno, l'aereo o la nave si mettono in moto per portarti in un'altra città. Per la bambina siciliana la destinazione è Bologna, a ridosso di un Natale in cui i bolognesi consumano «tredicimila quintali di polli e tacchini, mille quintali di pesce, un milione e mezzo di uova, tremila quintali di torroncini e trentamila quintali di panettoni». L'Italia del 1953.
Emigrante, ovvero «terrona». «Mo senti qua: è vero che tenete il prezzemolo nella vasca da bagno?» le chiedono. Ma la bambina dalla lunga treccia saprà reagire con orgoglio... Una favola vera, che parla d’integrazione con passo lieve e scelto. Una favola di stenti e di speranze, illustrata in bianco e nero da Alessandro Ferraro.

Geraldina Colotti, “Le Monde Diplomatique”, maggio 2004



Un brano dell’opera

Da Terrona, Capitolo primo
di Maria Rosa Cutrufelli

Terrazze o portici?


A quanto pare, sono stata anch’io un’emigrante. E lo sono ancora.
Ho consultato a questo proposito il Vocabolario, che è l’Autorità Suprema della Lingua Italiana, e ho scoperto di non avere alternative.
“Cosa significa ‘emigrare’?” gli ho chiesto infatti e la sua risposta è stata categorica: “Significa partire dal proprio luogo di origine per andare a stabilirsi in altra località”.
“E non importa”, ha aggiunto con la sicurezza sempre un po’ arrogante di certe Autorità, “se in modo temporaneo o definitivo, non importa se te ne vai per sempre o soltanto per qualche tempo.”
Ma io già lo sapevo…
Nel momento stesso in cui il treno si mette in moto, non appena l’aereo si alza dal suolo o la nave si allontana dal porto, quella parola ti si appiccica addosso, ti entra nel sangue, arriva fino al cuore e non ti lascia più.
Sì, lo sapevo di non avere scampo: emigrante ero ed emigrante resto, anche se ormai non dormo in letti provvisori e anzi vivo a Roma da un’infinità di anni.
Ogni tanto mi domando: perché proprio qui? Perché ho lasciato che Roma mi adottasse, diventando in un certo senso la ‘mia’ città? Forse perché da secoli e secoli è una città di pellegrini e viandanti? Forse perché è la città del Colosseo, dove combattevano e morivano schiavi biondi portati in lunghe carovane dal Nord e schiavi mori portati in altrettanto lunghe carovane dal Sud?
Il fatto è che a Roma non devi mentire o far finta di niente: qui è naturale possedere un’anima vagabonda che ogni tanto vorrebbe volarsene via, verso qualcosa che nel ricordo brilla più intenso.
Dunque, sono un’emigrante.
Però ‘quella’ volta - la prima volta che mi capitò di  attraversare lo Stretto di Messina per raggiungere una città dal nome musicale e oscuro: Bologna - avevo otto anni e non sapevo di essere un’emigrante. Nessuno me lo aveva detto. E finché qualcuno non te lo dice, come fai a saperlo?

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