La cosiddetta letteratura della migrazione in italiano ha cominciato a manifestarsi in maniera importante agli inizi degli anni Novanta, tanto da costituire un vera e propria “corrente”, com’era già accaduto in paesi di più antica e consolidata immigrazione con un pesante passato coloniale alle spalle. In poco più di dieci anni sono maturati autori che si possono annoverare tra i più interessanti della produzione transnazionale europea, artefici dell’avanguardia di un universo letterario globalmente rivitalizzato, visitatori del futuro sul nostro suolo linguistico.
La scelta di scrivere in italiano – un gesto quasi teatrale, una presa di parola assoluta che per molteplici aspetti differenzia il caso italofono dagli altri risultati della migrazione post-coloniale – in Italia ha iniziato a radicarsi su un terreno in realtà propizio all’accoglienza: un paese di numerose dominazioni linguistiche succedutesi nei secoli, di conseguente frammentazione dialettale, in cui fino agli anni Cinquanta pre-televisivi pochi erano gli scrittori che utilizzassero l’italiano come lingua d’espressione letteraria; in cui gli scrittori, e soprattutto i poeti, avevano sempre avuto un’altra lingua con cui confrontare quella ufficialmente madre: il francese, lo spagnolo, il tedesco, l’inglese, o il dialetto, o addirittura il latino. Nel tempo poi la situazione è cambiata, e la lingua è rimasta una sola, e molto impoverita, da cui l’importanza, la necessità di questi nuovi autori in italiano, che possono ristabilire in qualche modo la “biodiversità”, riattivando musicalmente molte voci a confronto, e riaprendo una tradizione nuova, profondamente innovativa. Mia Lecomte |