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L'isola

Armin Greder
L’isola. Una storia di tutti i giorni
(Traduzione di Alessandro Baricco)
Orecchio acerbo, 2007

Un mattino, gli abitanti dell’isola trovarono un uomo sulla spiaggia, là dove le correnti e il destino avevano spinto la sua zattera.  L’uomo li vide e si alzò in piedi. Non era come loro.

Gli abitanti dell’isola lo fissarono a lungo, sorpresi. Si domandavano perché mai fosse venuto fin lì, e cosa potesse volere, e cosa mai fosse necessario fare, adesso. Uno di loro disse che la cosa migliore era rispedire il naufrago là da dove era venuto, nel suo paese, e disse che era meglio farlo più in fretta possibile. «D’altra parte», si dissero, «qui da noi non starebbe certo bene, così lontano dalla sua gente.»
Ma il pescatore sapeva che il mare è pericoloso. «Lo spediremmo dritto in bocca alla morte», disse, «e io non voglio averlo sulla coscienza. La cosa migliore è dargli soccorso.»
Fu così che decisero di raccoglierlo. Lo condussero alla parte disabitata dell’isola, in una stalla che normalmente era destinata alle capre, e che da lungo tempo nessuno usava più.
Un giorno, l’uomo arrivò al villaggio. La cosa fece scoppiare un putiferio. Gli uomini, gridando, lo fermarono.  Lui cercò solo di spiegare che aveva fame, perché non mangiava da un sacco di tempo. Chiese se qualcuno poteva dargli qualcosa da mangiare. «Ha ragione», disse il pescatore. «Fino a quando sta qui da noi, non possiamo abbandonarlo al suo destino. Dobbiamo aiutarlo.» L’idea spaventava gli abitanti dell’isola. «Non possiamo sfamare tutte le bocche che ci arrivano a casa», disse il l’uomo del negozio, «finirà che a morire di fame saremo noi!»
«Allora non ci resta che occuparci di lui tutti insieme», disse il pescatore.  «Pensateci. L’abbiamo raccolto, e adesso, anche se non è dei nostri, siamo responsabili della sua vita.»
Alla fine, il proprietario della locanda si disse d’accordo a passare all’uomo gli avanzi della cucina, quelli che di solito gettava ai maiali. Così lo riportarono nella stalla. E sprangarono di nuovo la porta, più forte questa volta, così l’uomo non sarebbe tornato a turbare l’ordine pubblico.
Ma la verità è che da quel momento il pensiero dello straniero non li lasciò più in pace. (…)
 «È sicuro che se solo avrà l’occasione ci ammazzerà tutti», dissero alla polizia.
Il giornale titolò: “Lo straniero semina la paura”. Nero su bianco.
Una madre avvertì il suo bambino: «Se non finisci la minestra lo straniero verrà qui e ti mangerà».
«I bambini hanno paura di lui», raccontava il maestro, la sera, all’osteria.
E in effetti la paura cresceva. Alcuni dissero che la situazione era ormai pericolosa. Bisogna fare qualcosa prima che sia troppo tardi, dissero altri. Era già abbastanza difficile così: non era possibile occuparsi anche degli altri. Sta a vedere che chiunque arriva … Quell’uomo non era di lì. Era uno straniero. Doveva andarsene. Così tornarono alla stalla … presero l’uomo, lo condussero alla sua zattera e lo spinsero in mare.
In seguito, diedero fuoco alla barca del pescatore giacché era stato lui, in fondo, a costringerli ad accogliere quell’uomo. Alcuni l’avevano difeso, ma furono gli altri a parlare più forte. Dicevano che non volevano più mangiare il pesce proveniente da quello stesso mare che aveva portato loro lo straniero.
Costruirono un muro altissimo tutt’intorno all’isola: aveva delle torri da cui si poteva sorvegliare il mare giorno e notte. Poi uccisero i gabbiani e i cormorani che passavano in volo: perché nessuno potesse sapere, là fuori, dell’esistenza dell’isola.

 

© 2007 orecchio acerbo s.r.l.  (testo estratto dall’opera su autorizzazione dell’editore)

 

 

 

 

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