dal racconto Viatico non epitaffio
di Federico Abati
in L'Umano e il suo rovescio (a cura di Luciana Scarcia), Sinnos Editrice 2009
La trasgressione
Era la fine degli anni Ottanta, ogni idea era una guerra, ogni strada un campo di battaglia. Venivamo dai movimenti di massa degli anni precedenti, imbevuti di ideologie, di consapevolezza delle nostre forze e dei nostri diritti; anche la cultura musicale che veniva dall'estero sparando a tutto volume le sue rabbie, influenzava, e indirizzava, la voglia di schierarsi: non c'era spazio per la mediazione, e nessuno la cercava. Gli anni di piombo ci avevano solo sfiorati, e molti di noi, nostalgici di quegli anni, cercavano di urlare i loro messaggi con la trasgressione.
Davanti allo specchio mi guardo e cerco di convincermi da solo: devo farlo devo farlo devo farlo, infilo il pollice in bocca sollevo la guancia e con la mano destra spingo e infilo quel cazzo di spillone dentro la guancia una volta per entrare una volta per uscire dall’altra parte; il sapore del sangue mi spaventa più del dolore ma anche la reazione che avrà mia madre mi fa un po’ paura. Però davanti allo specchio il colpo d’occhio è bello: la cresta tirata su con la gelatina il collare di filo spinato e lo spillone d’ottone – d’oro non me lo potevo permettere – pantaloni scozzesi maglietta e anfibi neri: ero un punk sputato, uno di quelli che avevo visto nelle foto di Trafalgar Square, che mi avevano ipnotizzato, liberi sporchi fichissimi.
Aspetto che i buchi smettano di sanguinare con lo sguardo freddo e sicuro – mia madre è uscita – penso di beccare gli altri al laghetto dell’EUR, metro più metro meno è quella la nostra zona.
Scendo dal mio terzo piano popolare al volo, godo al pensiero delle facce della banda – stanno ancora all’eyeliner e ai chiodi ficcati nei lobi – il mio arrivo li schiaccerà.
Ce l’ho quasi fatta ad arrivare alla fermata dell’auto ma da lontano arriva imperiosa la voce di mia madre che mi chiama. Oh cazzo cazzo! mi mancava solo un pelo! Non posso fare finta di niente e vado al capestro a passo di marcia, lei con gli occhi spalancati: «Ma come ti sei conciato!?» Questo è l’esordio. « Papà è appena mancato e questo è il modo con il quale dimostri il tuo dolore? È questa l’educazione ed il rispetto che ti abbiamo trasmesso? Ma non provi nessuna vergogna? Io sì, io mi vergogno di te!».
Le sue parole mi bloccano in un fermo immagine dove mi assento dal mio corpo per vedere la scena che mi circonda: i piccoli negozianti affacciati alle botteghe, la gente ai tavolini del bar che interrompe le chiacchiere, nei loro occhi la conferma silenziosa alle parole di mia madre. Devo dire che, nonostante la corazza di accessori, mi sento un po’ indifeso, l’unica uscita decente che mi resta è il silenzio altezzoso con il quale esco di scena.
Cioè! Pure quella doveva tirare fuori mio padre per colpirmi? Quale dolore, quale vergogna? Ma se è proprio perché mio padre è morto che posso fare come mi pare!, capirai, conservatore fino al midollo mi avrebbe staccato la pelle a frustate – vere! – se mi avesse visto anche solo gli anfibi slacciati. Adesso sono finalmente me stesso, e impunemente perché mia madre non si sognerebbe mai di toccarmi, neanche con un dito.
Salgo sull’autobus e vado; alla svolta di Viale America all’altezza della Spaten Bräu il solito plotone di pariolini allineati e coperti come militari perché solo quando sono ammassati si sentono di valere qualcosa – ma qualcosa che?, un giorno glielo voglio proprio chiedere a uno di questi Monclaire, uno a caso, tanto mi aspetto una risposta conforme ed autorizzata dal branco, funzionano così loro! Prima di Viale Beethoven smetto di godermi la curiosità di uomini, donne e bambini e scendo, sono abbastanza carico per fare la mia parte.
Tra la fauna festiva ed occasionale del laghetto cerco il mio gruppo: spicca sul pratino ordinato una macchia nera e scomposta, eccoli lì, lo stereo a palla, si muovono frenetici mentre invece Gioacchino e Marinella sono sdraiati e pomiciano soli al mondo, una chiazza di bottiglie di birra e di alcolici gli arreda questa isola.
La prima che mi mette a fuoco è Ursula, smette di ballare e mi salta addosso: «Ma sei uno schianto cazzo!, stai proprio una favola così!». Gli altri, chi più chi meno, fanno finta di niente, ma ingoiano amaro vedendola avvinghiata: lei è un po’ il sogno di tutti, bella, bionda e imballata di soldi, non si è mai schierata completamente dalla nostra parte e non è per niente facile farsela, insomma è un frutto proibito.
Sulla scia di questo nuovo potere me la porto appresso, dico: «Sully, ti va di rimediare qualcosa da bere?».
Lei mi fa: «Sì, ma prima andiamo a scollettare!». Ursula se lo potrebbe comprare in contanti un supermercato, ma le piace una cifra chiedere i soldi alla gente, provocare la borghesia dell’Eur con la sua bellezza sporca.
Seguiamo il bordo del laghetto, una tappa per ogni gruppo di persone, giovani, vecchi, lei non se ne fa scappare uno, anche il più improbabile. Alla fine anche questo è un gioco per chi cerca esperienze.
Ecco che siamo arrivati nel raggio d’azione della truppa dei pariolini e lei li punta come un missile teleguidato: dentro di me lo sapevo fin dall’inizio che sarebbe successo, avevo accettato le mosse di Ursula e quindi anche le conseguenze. Con arroganza incosciente inizia a beccare uno per uno i primi che incontra, io la seguo sempre più in tensione. –Ti prego, ti prego, non farlo succedere! Non adesso. E soprattutto non con me!– La mia preghiera silenziosa non viene ascoltata, vedo nello stesso tempo un movimento sulla destra e lei con le mani sulla fronte che urla, ai suoi piedi una moneta da 100 lire: «Vi bastano, pelosi di merda?», si premura il lanciatore.
Io mi dico: E adesso, cacciatore di esperienze, che fai? Lei inizia a sfanculare e a minacciare, come se fosse due metri per due, io devo per forza agire, tiro un calcio in faccia al più vicino, la prendo per il braccio e: «Via, via, corriii!». Neanche io sono due per due e penso che se solo uno di quella cinquantina ha avuto la pensata di portarsi appresso la pistola siamo fatti tutti e due, in fretta e senza chiasso, su quel pratino ordinato e assolato di un sabato qualunque; mentre corriamo vedo negli occhi della gente che sorpassiamo il desiderio di trovarsi da un’altra parte e la consapevolezza che quel parco stava diventando un piccolo inferno. Spero solo che lei ce la faccia, che non ceda, il nostro scatto iniziale ci ha dato un po’ di vantaggio sugli altri, ma è giusto giusto quello che ci serve per arrivare nelle nostre retrovie; da lontano vedo il nostro gruppo e urlo, urlo. Non è possibile che siano così fatti da non vederci! Una biondissima vestita di nero e un tipo come me, inseguiti da un codazzo di gente incazzata, non passano inosservati! Infatti ecco Bengi che sveglia gli altri e tutti insieme prendono le bottiglie, i pezzi di legno a portata di mano e ci vengono incontro come angeli vendicatori.
Adesso è tutta un’altra cosa: una banda di punk in azione fa paura solo a pensarla, a vedersela davanti è terrificante se non ne fai parte; io invece mi sento un dio perché io sono quella banda! Andiamo a cozzare di brutto noi e loro, mi aspetto un inasprimento graduale dello scontro come al solito, ma capisco che non sarà così quando prendo nello stesso tempo due mazzate, una alla spalla sinistra e una al polso destro, in quella mano tenevo un collo di bottiglia che adesso mi si è piantato nella coscia. Mi tiro in disparte un po’ scioccato, ma non sento né dolore né paura, allora mi ributto dentro, ci sono un sacco di sirene della polizia tutto intorno a me, si vede che stavano già nei paraggi in attesa di caricare i cellulari, con noi naturalmente. Mi vedo già lì dentro, posso solo fare in modo di arrivarci intero e allora devo menare più che posso, dove capita.
Sento una voce fuori dal coro, ansiosa: «Fede, sono qui. Corri!». Mi giro verso la Colombo, la strada sopra di me, e vedo mia sorella che si sporge dal parapetto e si sbraccia per farsi vedere da me. Non sto lì a domandarmi quale strana serie di coincidenze l’abbia portata lì, in quel momento; lei e la sua macchina sono la mia salvezza. Mollo tutto e corro quei quaranta metri che non finiscono più, salgo le scale, arrivo al marciapiede, lo sportello è aperto, imbocco dentro e partiamo di corsa.
Lei sta piangendo, è tesa. Anch’io adesso vedo dall’esterno il casino che c’è là sotto, penso che il colpo d’occhio farebbe effetto a chiunque, «Sei un disgraziato! Sai che dolore gli avresti dato a papà se ti avesse visto? E a mamma cosa le racconti adesso? Guarda come ti sei ridotto!». Io, sul morbido sedile, nella sicurezza da tutti i pericoli che ho scampato mi guardo la gamba destra, i jeans intrisi di sangue indurito… Penso che non lo so se mi va ancora di fare questo gioco.