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Pinocchio vs Occhio a Pinocchio

OckayovàL'incipit del romanzo Occhio a pinocchio di Yarmila Ockaiovà: un percorso da proporre agli insegnanti potrebbe essere la lettura comparata in classe con il Pinocchio di Collodi.

Jarmila Očkayovà

Jarmila Očkayovà, scrittrice slovacca, laureatasi all'Università di Bologna, vive e lavora a Reggio Emilia. Ha pubblicato Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (1995), L'essenziale è invisibile agli occhi (1997), Requiem per tre padri (1998), tutti da Baldini &Castaldi. Occhio a Pinocchio ha vinto il premio “Popoli in cammino” 2006. Interviste, saggi e altri interventi sono presenti nelle riviste on line “Kuma”, “El Ghibli” e nel sito “Voci dal silenzio”.


Occhio a Pinocchio
di Jarmila Očkayovà
Cosmo Iannone Editore, 2006

    Mi chiamo Pinocchio  e voglio raccontarvi la mia storia. Raccontarvela dal mio punto di vista. Oh, immagino ciò che state pensando e credo che convenga fare subito una precisazione: il mio non è un caso di antonomasia, né tantomeno di furbizia da epigono che vuole attirare l’attenzione con altrui celebrità. Vorrei che fosse chiaro: io sono Pinocchio. Quel Pinocchio, sì.


    Lo so, conoscete tutti la mia storia. Quella scritta oltre un secolo fa da Carlo Lorenzini.
Collodi, appunto.
Che c’è da aggiungere, allora?
Da aggiungere forse poco, da togliere molto. Collodi ha raccontato la mia storia come una storia va raccontata ai bambini: scegliendo di dire certe cose e di tacerne altre. L’ ha raccontata come si scolpisce una statua di legno, o se preferite un burattino: tirando via il superfluo. Questo i bambini lo sanno benissimo; che ogni storia è già bell’e pronta e che per raccontarla basta scoprirla, togliere gli strati e accumuli che la nascondono. I bambini ascoltano e capiscono e la mia storia raccontata da Collodi era perfetta per essere ascoltata e capita. Ma poi quel racconto l’ hanno preso in mano i grandi – e sono cominciati i miei guai. Poiché i grandi non ascoltano: vogliono farsi ascoltare. Non capiscono: vogliono far capire. Non “farsi capire”, badate bene: far capire! Laddove un falegname o uno scultore tolgono per dare forma, i grandi aggiungono per spiegarla, quella forma. Ed è come se prendessero una figura già intagliata e vi incollassero sopra tutti i pezzetti di legno eliminati. E poi se ne stanno pure lì a rimirare quel loro collage di schegge e trucioli convinti di essersi impadroniti del mistero della parola… Con me questo gioco lo fanno da centoventicinque anni. Da centoventicinque anni aggiungono e aggiungono e ognuno ci mette del suo e ormai più che a un burattino assomiglio a uno spaventapasseri imbottito. Pezzo su pezzo, e pezza su pezza, di toppa in rammendo, da camiciole tesi lise a giubbotti simboli smessi, ormai mi hanno appiccicato addosso di tutto. E a questo punto posso ben dire che anche la pazienza di un burattino ha i suoi limiti. Centoventicinquenni di pazienza mi sembrano sufficienti, e sfido chiunque a non essere d’accordo!
E’arrivato dunque il momento di mettere i famosi “puntini sulle i”. come dicevo prima: di raccontare la mia storia dal mio punto di vista. Il punto di vista di un burattino senza fili.
Non sarà semplice, e ne sono consapevole. Giacché è proprio questo che spaventa i grandi: il punto di vista di un burattino. E’ per questo che si sono accaniti con me per così tanto tempo: lo sanno benissimo, loro, che in fondo io resto sempre e per sempre un burattino di legno, anche se alla fine del racconto di Collodi divento un bel bambino in carne e ossa. Potessero crederci davvero, in quella metamorfosi, mi lascerebbero stare: i bambini in carne e ossa crescono e hanno paura e hanno bisogno di mille cose e mille altri bisogni e mille altre paure si possono inventare apposta per loro, strada facendo, fino a ricoprirli tutti di rughe e di oblio. Invece un burattino come me, un burattino senza fili, è una cosa tremenda, per i grandi. Tremenda perché incontrollabile. E’ come trovarsi di fronte all’essenza stessa di un albero, con le sue radici saldamente ancorate nella terra e i suoi rami liberamente protesi verso il cielo. E con il suo respiro che dà respiro e toglie il fiato per la semplicità impenetrabile di quel mistero che è ogni albero: asse tra cielo e terra.


Asse tra cielo e terra: una linea retta, senza gli zig zag, le mediazioni, i triangoli rossi delle precedenze, le soste obbligate. Un albero è l’invito ad alzare la testa e guardare su, e basta. E basta, basterebbe a gettare nel panico i grandi, per l’appunto. Spostandoci dal piano verticale a quello orizzontale, è come se l’umanità scoprisse di poter fare a meno dell’invenzione del telefono, o di potersela gestire del tutto autonomamente: cliccate col dito per aria e vi collegate direttamente con chi vi pare – magari un cinese che sta attraversando la piazza Tienanmen, a Pechino, per farvi raccontare come va la vita oltre la Grande Muraglia. Dalle società dei telefoni ai direttori dei telegiornali andrebbe in crisi tutto il sistema delle telecomunicazioni.


E’ questo che intendeva Collodi quando mi ha chiamato Pinocchio: l’occhio di pino. L’occhio di un albero. Anche se, più che l’occhio, noi burattini senza fili rappresentiamo il cuore degli alberi. Ma non è che un dettaglio nominale, una scorciatoia che adotta il vostro lessico e modo di concepire il mondo. Perché in un albero l’occhio e il cuore sono tutt’uno.


Anche la storia del maestro Ciliegia – che avrebbe regalato a Geppetto quel pezzo di legno da catasta da cui poi sarei stato scolpito – non è che una scorciatoia. In realtà io e Geppetto c’eravamo incontrati nel bosco.
Io ero ancora un ramo, un naturale innesto sul tronco del mio pino; e tuttavia nella forma già somigliavo vagamente al corpo di un ragazzino. Non per caso: qualche tempo prima che arrivasse Geppetto – forse qualche decennio, ragionando con le vostre coordinate temporali – sul mio albero era salito un bambino e si era avvinghiato proprio a me e per qualche minuto ci fu una simbiosi così perfetta, tra noi, che qualcosa di lui penetrò sotto la corteccia, s’inoculò nella linfa e nelle mie vene circolari. Geppetto se n’era accorto subito – perciò si era fermato proprio da me. Mi vide come sarei diventato. A tradurlo nel vostro linguaggio, potremmo dire: gli venne l’idea di scolpire un burattino.

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