La mia Lettera al mondo
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Una bustina di lime tra i libri

un racconto di Carola Susani

in Laboriosi oroscopi

Diciotto racconti sul lavoro, la precarietà e la disoccupazione

(a cura di Marco Desiati e Tarciso Tarquini)

Ediesse 2006


Mi sveglio prima che faccia luce. Il piumone rosso perde penne, di qui a due mesi sarà vuoto: ti spinge fuori dal letto. Anche il caffè lo bevo freddo, me lo preparo la sera per fare prima. Non ho bisogno di conforto. Ho fretta di aprire la valigia. In casa c’è silenzio. Accendo la caldaia, le finestre diventano a poco a poco bianche di vapore. Allora rallento. Mi siedo sul tappeto in sala, me la metto davanti. Non è una valigia da viaggio, non è di stoffa o di pelle. È una gigantesca valigia di plastica dura, verde scabrosa, organica, pesante. Ha il manico e le rotelle: altrimenti come potrei portarla? Dentro la valigia c’è il mio strumento di lavoro: faccio la rappresentante di aspirapolveri. Prima che faccia giorno, apro la valigia, tiro fuori la macchina con tutti gli accessori e li guardo. Perché è bella. E commovente. La struttura è di acciaio cromato e la sacca in lino verde. Tutte le componenti metalliche hanno una forma bombata ed essenziale che gioca col Bauhaus e gli anni ’50. So anche chi è il designer, l’ho cercato in rete. Non è lo stesso che ha fatto la valigia, è ovvio. È un altro. In tutti i suoi oggetti, i vasi, le sedie di metallo, c’è questa stessa passione del moderno. C’è il lavoro di generazioni, la civiltà, la consapevolezza dei bisogni, del corpo, ma non c’è l’uguaglianza. Perché i materiali sono eccellenti, la manodopera è occidentale e ben pagata. I miei aspirapolveri sono i più costosi del mondo. Anche a rate, possono permetterseli solo le famiglie ricche. Li forniscono alle collaboratrici domestiche, che li usano al 20%. Io che saprei che cosa farci, non posso averli. Ma questo non mi dispiace. La lucidatrice è il pezzo migliore, ha la superficie cromata più ampia. Ci si riflette deformata la mia faccia, il naso mi diventa gobbuto. Al corso non ti dicono tutto, molte cose devi impararle da te. Ieri ho scoperto una piccola tasca, nascosta nel rivestimento della valigia, ci sono dentro bustine che sanno di lime. Vanno infilate dentro la sacca così mentre l’aspirapolvere pulisce, la casa diventa un agrumeto. Ma nessuno troverà mai l’informazione nei fogli d’istruzioni, perché nessuno la cercherà.

Questo lavoro l’ho trovato per caso. Mio marito era già morto da sei mesi. Aveva avuto un ictus a quarant’anni, poco prima del suo concorso di associato. Era ancora solo contrattista, senza contributi, senza pensione. Ma quello era il suo concorso, lo preparava da lustri. L’idoneità era sicura e aveva già pronta la chiamata. Non so di che cosa ha avuto paura, forse ha temuto di crollare o anche che ogni cosa andasse a posto. Ma forse erano davvero soltanto le vene rigide, il dna della sua razza. Suo padre e sua madre erano morti così, ictus e infarto a poca distanza. Con l’eredità avevamo dato l’anticipo per la casa, questa dove abito, al quartiere Trieste, con tre stanze, due bagni e balcone, pronta per i bambini. Per pagare il mutuo qualche volta avevamo bisogno di prestiti, li abbiamo chiesti agli amici, ma ormai doveva durare pochissimo.

Per un mese ho temuto che Francesco si riprendesse, che la lesione al cervello gli permettesse di mugugnare o di alzare un braccio. I dottori mi avevano detto: non speri di averlo indietro sano. Non gli mettevo musica, stavo zitta. Appena me lo permettevano posavo l’orecchio vicino alla sua bocca. Fantasticavo: se avesse emesso verbo, se si fosse mosso, gli avrei messo il cuscino sulla testa. Ma è morto.

Il funerale è stato un bel momento. Laico, per la strada, davanti alla cassa posata per terra, con gli ometti delle pompe funebri che ci guardavano come se fossimo di un’altra razza.

Chi ne aveva voglia, diceva qualcosa. Hanno parlato in tanti, studenti, professori, amici spariti e ricomparsi. Dicevano solo cose giuste. Peccato non aver registrato, sarebbe stata una bella testimonianza, ma piangevo come una vite tagliata, mentre Linda mi stringeva al petto. “Puoi fare causa all’università”, mi ha sussurrato. Abbiamo riso.

Dopo il funerale il conto era in rosso. Non avevo pensato a risparmiare sul cuscino di rose o sulla cassa. Me ne sono accorta a fine mese, perché dovevo pagare Marisol. Ho chiesto un prestito a Linda. Linda mi ha detto: stai calma. Scadeva anche la rata dei contributi, ma quella l’ho rimandata. Mi sono accorta che io non avevo niente. Francesco aveva accumulato collaborazioni su collaborazioni, era lui che manteneva la famiglia, cioè me. Ma le collaborazioni non finiscono nell’asse ereditario. Da tempo non avevo più nemmeno il postdottorato, facevo esami per respirare l’aria dell’Università, mi faceva sentire bene dire: bravo, se ne vada, molto bene, non ha capito niente. Mi piaceva seguire le tesi, individuare i passaggi dubbi con lunghi segni rossi. Per un periodo ero stata anche redattrice di una rivista, ero precisa, correggevo bene le bozze.

Linda mi ha detto: ho delle traduzioni, te le passo. È ricercatrice, ed è una buona amica. Poi mi ha chiamato il professore di Francesco. Sono sicura che è stata Linda a cercarlo per me. Mi dice: c’è da organizzare una giornata di studi. Mi avrebbero dato i soldi a ottobre, con tutto il compenso ci pagavo appena il mutuo una volta. Naturalmente ho detto sì. Mi sono attaccata al telefono, ho tormentato tutto il mio indirizzario, ma le collaborazioni che trovavo erano cose piccole, non mi impedivano di continuare ad andare sotto. Ho smesso di pagare Marisol. Lei ha cominciato a venire quando le pareva, ma veniva, con ostinazione, stava meno di due ore, passava la pezza sul fornello e se ne andava. Ci ha messo quattro mesi prima di dirmi: Signora, mi spiace tanto, me ne vado. Non le ho pagato la liquidazione, ma non mi ha ancora intentato una causa. Il problema più grosso però era il mutuo. Ho chiesto a mia madre di trasferirsi da me e di affittare casa dei Giochi Delfici, ma lei sembrava Francesca Bertini: “No, così mi uccidi. Milla”, cioè Camilla, “non ti preoccupare, ogni mese ti darò dei soldi”. Solo che io ogni mese già le dimezzavo la pensione di nascosto approfittando della doppia firma.

È stato allora che mi è arrivata la telefonata, una vocetta femminile frizzante mi ha chiesto se qualcuno in casa soffrisse d’asma. Veramente no. “Passo da casa sua”, fa, “e le igienizzo il divano e il materasso”. Ne avrebbero avuto bisogno. Il suo tono artefatto mi ha messo allegria, avrei voluto fare amicizia, forse per quello le ho detto imitando il tono: “Ho sentito belle cose della sua ditta, mi piacerebbe lavorare con voi. Quanto prende di commissioni, com’è il contratto?” “Ma non lavora all’università?” “E chi gliel’ha detto?” “La sua amica”, mi ha fatto un nome che non mi ricordavo affatto. “Le regalo metà del mio indirizzario”, le ho promesso, “se mi spiega tutto”. Ci siamo fatte simpatia.

La prima dimostrazione l’ho fatta a casa del professore di Francesco. È stata una telefonata piena di imbarazzo, ma non mi ha negato l’appuntamento. Lui e la moglie tenevano gli occhi da un’altra parte, mentre gli magnificavo lo strumento. Spiegavo con cura, con la voce leggermente isterica, in falsetto, la filosofia che ne aveva informato la costruzione, criteri, punti di forza, design, materiali, praticità, solidità e leggerezza. Mi stavano davanti, somigliavano a due levrieri afgani, spalle e occhi bassi, mentre gli pulivo e lucidavo una porzione del salotto. Il marmo lavato con il mio getto diventava bianco accecante svelando com’era pulito male tutto il resto, sciatto. Non era colpa loro, neanche della domestica, solo dei loro strumenti poco adatti, ma se ne vergognavano. Avrei voluto confortarli. Mi seguivano lenti, mentre attraversavo la casa con il battitappeto e con un gesto netto spostavo lenzuola e coperte dal materasso. All’inizio provavo ripugnanza per la sporcizia negli angoli, la quantità di acari che si annida nelle case impeccabili, nei tappeti, le macchie di caffè caduto che la domestica non ha mai scoperto. Pulivo tutto, ma dovevo mettermi i guanti. Adesso è diverso, non mi impressiona niente, è come se mi proteggesse il tono, la sicurezza del passo, la performance, mi piace pensare che somiglio ogni giorno di più alla mia macchina, metallica, lucente: bella. Sapevo già che avevano deciso di comprarlo, onestamente, non perché volessero liberarsi di me, pensavano solo che fosse giusto aiutarmi. Quando gli ho fatto la cifra di 6.000 euro hanno deglutito entrambi. Ma io ho sorriso e ho spiegato loro con calma le numerose forme di finanziamento. Hanno scelto una rata di 100 euro mensili, la cifra di un buon contratto rateale Einaudi.

Adesso ho preso coraggio, non igienizzo più solo le case che conosco. Il mio indirizzario è cresciuto. Non sono male, spesso mi danno retta. Ma anche quando proprio non ci riesco e i clienti fanno scene turche per convincermi che non hanno 50 euro da sottrarre allo stipendio, non me la prendo, nascondo una bustina di lime tra i libri o sotto il materasso per buon augurio.

 

 

 

 

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