Un altro anno è ormai terminato. In questi giorni mi sento sempre un po’ a disagio quando devo fare gli auguri, in realtà la fantasia dà forfait e finisco per usare sempre le stesse parole, gli stessi sorrisi tirati provando una fortissima sensazione di vuoto, facendomi qualche domanda scomoda che immediatamente chiudo nello sgabuzzino polveroso della mia mente.
E’ stato un anno difficile, forse costruttivo, forse l’ennesimo ad “Aspettare Godot” per citare quella canzone di Claudio Lolli che da tempo ormai è diventata il paradigma dominante della mia quotidianità. Saturno contro, dice l’amica che si intende di astrologia. Chissà, se davvero è possibile incolpare i pianeti per le nostre vicende, le nostre miserie quotidiane.
Come in un sogno, dilatato e sconclusionato, nella penombra del portico sotto Palazzo Re Enzo, mi appare un nano da giardino, avvolto da un odore acre di sigaro toscano e sudore, affetto da una bizzarra quanto ridicola forma di priapismo psicologico. Aveva perso la sua Biancaneve, era rimasta a Parigi con gli altri sei nani francesi. Lui, l’unico italiano, era stato abbandonato perché non capiva mai nulla – Parbleu, mon vieux monsieur nain! Tu parles avec les mains, Tu comprends jamais rien - era sempre arrabbiato e diceva parolacce e bestemmie a loro incomprensibili. Poi…questo suo “problema” era davvero imbarazzante. La potenza e la magia della fiaba venivano irrise e screditate. La gente rideva amaramente tra le smorfie di disgusto: alla sua età, la pancia, pochi denti rimasti tra la barba grigia e i capelli unti! Povera Biancaneve!
Ho fatto un passo indietro e ho guardato verso di lui. Mi è sovvenuto che avevo già incontrato questo nano in un’altra favola, senza lieto fine: non c’era la carismatica Biancaneve ma una donna normale, bruttina e grassottella, anche questa persa, sola e delusa, un po’ in crisi, in cerca di non si sa ben cosa. L’ho riconosciuto, ma senza esitazione ho tirato dritto per la mia strada, serena, gli occhi semichiusi, il Canto di Gianmaria Testa, un’eco che vibrava nei miei pensieri. Sono riuscita a passare oltre, l’ho lasciato, ostinatamente fiero della sua vacuità, al tavolino di quel bar dove, qualche mese prima, un sentimento contraddittorio, attraente e bastardo - solo mio - faceva la sua prima comparsa effimero, come una meteora.
Con questo anno, anche quella porta si è chiusa definitivamente. Non lo nego, rimane il dolore latente, come un ricordo, un rimpianto a tratti pungente, quello degli errori, dei rifiuti e delle umiliazioni, quello che doveva suggerirmi di chiudere prima, molto prima, quello che non avrebbe voluto mai incontrarlo. Perché, nonostante l’evidenza così maledettamente negativa, ho provato qualcosa per lui? Perchè non capito prima che, come diceva il grande Faber - che era profeta oltre che un poeta - ”un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”.
Ognuno di noi spera di chiudere le porte dei piccoli dispiaceri, delle delusioni e delle amarezze. Lasciarsi tutto alle spalle, rimanere in attesa passiva o riprovare. Le cicatrici non ci abbandonano mai: sono più o meno evidenti. Quando cambia il tempo, talvolta, si fanno sentire o ci lasciano in pace. Il passato e il presente, non hanno confini, ritornano e se ne vanno continuamente, spesso indipendentemente dalla nostra volontà.
Tutto sembra routinario, grigio e pesante, sempre uguale a se stesso: un altro anno è passato, avanti il prossimo, cosa vuoi che cambi... In ufficio la vita è sempre quella, i problemi non si risolvono, rimangono in attesa di un deus ex machina che, in questo paese, sembra non arrivare mai. Gli anni scorrono, il nostro corpo ne porta i segni indelebili, lo specchio non riesce a mentire. La mattina sull’autobus i discorsi sono sempre uguali, le speranze, le stesse di sempre. Una fitta coltre di individualismo e di ignoranza ci avvolge come la nebbia in pianura. Ognuno è impegnato nella lotta con i suoi demoni, denaro, lavoro, famiglia, amanti e fidanzate/i. Quale il significato di tutto questo? Una domanda che è meglio rimandare a quando ci sarà tempo per pensare, per meditare. Quando? Chissà. Nessuno si chiede perché continuano a esserci nel mondo operazioni chiamate Piombo fuso, con un cinismo che fa accapponare la pelle, perché la gente muore bruciata nelle baracche abbandonate delle periferie metropolitane, perché un altro nano con la sua Banda Bassotti di servitori, prostitute e prezzolati, celandosi dietro motivazioni ipocrite e criminali, sta distruggendo definitivamente questo paese, già debole ed acciaccato e la sua timida democrazia costruita sul sacrificio e sangue dell’antifascismo.
Ambrose Bierce nel Dizionario del diavolo alla voce Anno scriveva "periodo fatto di trecentosessantacinque delusioni". In questo periodo dell’anno si sprecano gli auguri di rito, le aspettative, le promesse, le New Year's Resolutions, i desideri e le illusioni. Ognuno di noi ha uno sguardo trasognato e speranzoso sul futuro, anche se, in fondo al cuore, fa capolino la consapevolezza che una gran parte di tutto questo andrà deluso, ignorato o dimenticato nel corso dell'anno.
Tuttavia, ogni minuto che passa, noi per primi siamo diversi, il nostro microcosmo, la nostra percezione del tempo e dell’ambiente circostante mutano nel bene, nel male e sono in costante ebollizione. E’ questa l’essenza della speranza, è questa la molla della creazione, è questo lo spirito che anima i nostri cuori, anche quelli più stanchi, anche quelli più sordi, più abbandonati. Sarebbe la desolazione e l’anticamera della morte se perdessimo ogni desiderio, ogni aspettativa, ogni illusione, ogni chimera, ogni utopia. Sarebbe come spegnere i sogni, no? In fondo all’animo, il seme della fiducia continua a produrre qualche frutto. Non sarà un gran raccolto, forse quel tanto che basta per continuare il percorso sassoso della nostra esistenza, un passo dopo l’altro, che lo vogliamo oppure no.
Così, auguro a tutti coloro che, per caso, inciamperanno in queste righe, di poter realizzare nel nuovo anno, anche parzialmente, le attese e i desideri, di dare forza e qualche concretezza ai sogni, di vivere, il più possibile, in armonia e completezza. Auguro a tutti noi di poterci spogliare delle falsità, delle consuetudini, delle imposizioni, di imparare ad ascoltare noi stessi e il prossimo, le albe e i tramonti, i mutamenti, le risa e i pianti.
Ora che ci penso, la mia chitarra, da troppo tempo ormai è chiusa in un armadio, aspetta un soffio di vita, anche disordinata e maldestra. Mi conosce ormai, dopo un anno, non si meraviglierà più di tanto. Allora? Cosa sto ancora aspettando?
Ah, dimenticavo…come si dice in questi momenti? Buon anno! Simona |