Vado in un’armeria, di buon’ora, quando la gente è al lavoro e le strade non sono così trafficate e i marciapiedi non così affollati. Entro, chiedo una pistola, una qualsiasi, tanto… Mi faccio spiegare come funziona. Cristo! Cosa ci vuole a far funzionare una pistola! Non so niente di armi, il fatto è che ho sparato un paio di volte durante il servizio di leva, e nemmeno con una pistola, ma con una mitragliatrice, una MG 42. Dieci colpi. Bastò premere il grilletto per un secondo, e i proiettili in dotazione scheggiarono i sassi sottostanti, a una cinquantina di metri dalla nostra postazione, e ben lontani dal bersaglio. Poi sparai una seconda volta, sei mesi dopo. Ancora dieci cartucce nel nastro. Nessun bersaglio colpito. Dunque, ho sei cartucce, le infilo nel tamburo del revolver. Revolver. Mi piace questa parola, mi viene in mente quando andavo con mio padre a vedere i film western al cinema. Li amavo quei film, soprattutto quando “i musi rossi sterminavano gli sporchi bianchi”.Sei cartucce? E cosa me ne faccio di sei cartucce? Posso sbagliare il primo colpo se appoggio la canna sulla tempia e premo il grilletto? Tanto vale mettere un solo colpo nel tamburo. Eh, già, ma se poi, inesperto come sono, non metto la cartuccia nel foro giusto, rischio di premere il grilletto e sentire il rumore metallico del cane che scatta a vuoto. E allora potrei rinunciarci. Non ho alcuna intenzione di fare la roulette russa. accordo, allora sei cartucce, le infilo tutte e sei, così non ci sono rischi di colpi a vuoto. Il luogo. Il luogo del suicidio. A casa? Troppo rumore. Su, al piano superiore, ci sono dei bambini piccoli, uno di quattro e l’altro di sei, figli di quella coppia un po’ strana che litiga sempre e che poi la sera fa pace perché il rumore della spalliera del letto che sbatte contro il muro me lo fa intuire. I bambini potrebbero rimanere traumatizzati dal colpo di pistola, che tra l’altro non so neanche che rumore faccia. A volte, in televisione, o al cinema, sento il rumore di certe pistole che quando sparano sembrano dei cannoni; altre invece hanno dei colpi sordi, quasi ovattati. E non hanno il silenziatore. Non me ne intendo di armi, non conosco i loro suoni, ma non lo farò a casa. Non è bello pensare che un giorno, chiunque venga ad abitare qui dove abito io ora, sappia che in quelle stanze c’è un’anima persa che gironzola senza speranza del perdono e che si è tolto la vita conficcandosi nella tempia un proiettile calibro… mah! Non me ne intendo di armi. |